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Titolo: Other Channels
Artista: The Advisory Circle
Etichetta: Ghost Box
Anno di uscita: 2008
Genere: Antiquariato Easy Listening
Voto: 8

 

Immaginate una non meglio definita periferia inglese nei tardi anni ’50: la silhouette gracile e mediamente appagante della “common life” a svelarsi fra praticelli lillipuziani e fresche villette tutte incolonnate, stile cartolina (dall’inferno). Poi, come in sogno, immaginate di “tastare” il benessere domestico, gli interni asettici, supinamente irradiati dal calore anonimo degli arredi e dal girotondo ipnotico del monoscopio sullo schermo TV durante l’interruzione pomeridiana della programmazione. Fatto? Bene. Ora figuratevi la tappezzeria sgargiante della “mood music”, che allora spopolava di pari passo con il diffondersi degli impianti hi-fi, e le vaste biblioteche di suoni e motivetti in cui l’orecchio poteva perdersi, elettrizzato. E parlo di biblioteche non in senso figurato, giacchè sono milioni i brani “funzionali”, scritti appositamente su commissione, accatastati su chilometri e chilometri di scaffali: sonorizzazioni con cui la BBC tirava a campare prima che irrompesse la figura del “compositore di fiducia”; musica d’utilità – ma non per questo necessariamente approssimativa – utilizzata come sottofondo per spot pubblicitari, programmi educativi, tribune politiche e così via.

Questo è il mondo di cui Jon Brooks (alias Advisory Circle) si appropria nel suo primo long playing “Other Channels”, disco che sublima l’estetica dell’etichetta Ghost Box a suon di miscelazioni “Space Age Pop” e naiveté da “early-electronics” (“Sundial”) giunte a noi direttamente da un tempo ignoto che è bene resti tale. Un riciclo di materiale d’epoca, antiquariato easy listening stravolto in surrealismo avantgarde (“Eyes Which Are Swelling”, “Swinscoe Episode 1 & 2”) o screziato da spezzoni di radiogiornali talmente inquietanti che sembrano usciti dalla “testa che cancella” di Lynch (“A Clear Yarn Warning”). Una musica da “day after”, ma che flirta con il nostro passato e lo deforma, in un perverso atto di genocidio archeologico (un “archeologi-cidio”, via…). Non più, quindi, la paura ancestrale dello spazio profondo (e, di conseguenza, del futuro) evocata dal Joe Meek di “I Hear A New World”, o da Attilio Mineo nella mitica sonorizzazione del 1962 “Man In Space With Sounds”: bensì il ripresentarsi di un rimosso a noi vicino, l’annusar frammenti di vita comune e coglierne il tanfo orrorifico.

E’ con questo modus operandi vagamente alla Residents che Brooks riesce a declinare spettrali noir-jazz secondo il vocabolario post-pop degli Air (“Mogadon Coffee Morning”), o a ricordarci da dove hanno attinto i Portishead per tratteggiare il loro (anti)lounge da trip-hoppers (“Fire, Damp & Air” fra planate di archi in discesa, clarinetti goffi e malinconici, rhodes, spazzole lucide). Ed è ancora con piglio meravigliosamente “nebuloso” che il nostro Mago Forrest tramuta velluti exotica in dislessie elettroniche per bambini, a metà strada fra “Soothing Sounds For Babies” (Raymond Scott) e dei Kraftwerk col pannolino sorpresi a posare le dita su quelle vecchie pianole Bontempi che, all’occorrenza, potevano usarsi anche come phon (“Civil Defence Is Common Sense”, “Erosion Of Time”, “Farmland, Freeland”). Su “Celebrate Michaelmas Now!” sembra addirittura d’assistere a una traballante processione che frulla in un colpo solo il Morricone di “L’Uccello dalle Piume di Cristallo” e i Casio da di capolavori “horrotici” quali la soundtrack di “Vampyros Lesbos”, ed è una possente goduria.

Eppure tutto sembra stato solo un sogno confuso, avvolto nella nebbia: lo spettro di una quotidianità perduta sotto cui, a ben vedere, si nascondeva (nasconde?) una tragedia muta, inesplicabile. Sta tutta qui, nella sua maligna semplicità, il fascino di un disco capace di dare finalmente degna veste musicale - quella che al Focus Group di “We Are All Pan’s People”, sempre su Ghost Box, era mancata – ad una visione fra le più peculiari nel panorama musicale contemporaneo. Provate “Other Channels” a notte tarda, magari mentre sorseggiate un Martini o un Cosmo (“Just for the ladies”…) comodamente sdraiati sul vostro divanetto a “U” (non ce l’avete? Nemmeno io…): come per magia, il vostro drink vi andrà di traverso. O avrete timore del bicchiere stesso, di cui improvvisamente riuscirete a leggere le intime, “agghiaccianti” simmetrie. In ogni caso, vi lascerà esterrefatti.

Sundial

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