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martedì 29 settembre 2020

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Monografia: Slowdive

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Nonostante la compattezza della scena shoegaze, le differenze tra i suoi gruppi cardine saltano subito all’occhio. Gli Slowdive, che del movimento shoegaze sono state una delle band più importanti, si differenziano da tutte le altre per uno stile riconoscibilissimo: un pop soffuso, sospeso e cullato da tappeti di tastiere e voci evanescenti; una formula vicinissima a quella del genere che più va a braccetto con lo shoegaze, il dream-pop. L’avventura degli Slowdive (il nome deriva da un sogno di un loro componente) comincia nel 1989 a Reading, in Inghilterra, grazie al cantante/chitarrista Neil Halstead e alla cantante Rachel Goswell, a cui si aggiungono Nick Chaplin (basso), Christian Savill (chitarra) e Simon Scott (batteria).
La loro passione per gruppi come i Cocteau Twins li porterà presto ad elaborare il sound rarefatto che li ha resi famosi e che ha permesso loro di firmare per la Creation Records, l’etichetta dello shoegaze. La loro fama però sarà solo relativa alla loro nicchia, poiché il cammino degli Slowdive è stato dall’inizio alla fine un susseguirsi di insuccessi commerciali, fino all’abbandono da parte della stessa Creation, che li licenzierà dopo la pubblicazione del loro ultimo album. Dal punto di vista artistico però, siamo davanti a un gruppo di classe superiore, che ha pubblicato tre dischi (e alcuni ep) bellissimi e coraggiosi, sperimentando nuove vie ad ogni uscita. Ecco la loro discografia essenziale:

Just For a Day (Creation, 1991) - ****

Il debutto degli Slowdive è un concentrato di malinconia che galleggia su una massa sonora astratta, ma sempre viva e pulsante. Il loro stile è già pienamente espresso – non solo abbozzato – e trova forma in vortici di tastiere, voci pacate al limite del liturgico e ritmi lentissimi e narcotizzanti. Una certa omogeneità lo penalizza rispetto alle successive uscite del gruppo, ma la limpidezza di un suono purissimo e la presenza di alcuni brani spettacolari ne fanno comunque un’opera di tutto rispetto. Il capolavoro del disco è l’opening track “Spanish Air”, un vortice di strati di suono che aleggia come una nebbia su di una melodia epica, suonata su una chitarra acustica; “Ballad of Sister Sue”, toccante racconto di un suicidio declamato dalla Goswell, è il secondo picco del disco e uno dei loro brani più tristi e annichilenti. Lievi feedback, un pianoforte che pende nel vuoto ed echi in lontananza abbelliscono la strumentale “Erk’s Song”, uno dei momenti più belli dell’album; al contrario, “Catch The Breeze” spezza la staticità del disco con un groove di basso più denso e movimentato e una chitarra più presente. Impossibile non citare anche la grandiosa “Waves”, la sua melodia e le sue impennate di chitarra e tastiera. Epico, ma anche e soprattutto paesaggista e acquerellato, lo shoegaze degli Slowdive si impone come un’alternativa ambientale alle sfuriate elettriche dei Ride e al sound più pesante e monolitico dei My Bloody Valentine, loro compagni di etichetta.

Souvlaki (Creation, 1993) - ****1/2

Souvlaki” è il disco della maturazione della fase shoegaze degli Slowdive, un album simile al precedente ma dal suono meno rarefatto, più liquido e turbolento, composto da chitarre pesantemente effettate con riverberi e phaser, che sembrano scorrere come un fiume su una valle arida. Anche l’uso delle voci è mutato, sono più concrete e meno soffuse, mentre le melodie si fanno più intimiste e meno epiche. “Machine Gun” potrebbe essere una ballata folk infatti, non fosse pervasa da chitarre effettate che la fanno risucchiare in un gorgo; “40 Days” ha una melodia ancora più evidente, è a un passo dall’essere un brano country. La normalizzazione del formato dei brani non deve lasciar pensare a un appiattimento del muro di suono o a una maggiore leggerezza; “Souvlaki” è possibilmente più struggente del debutto, con brani sperimentali come il dub liquido di “Sing” e il bellissimo gioco di specchi di “Souvlaki Space Station”.
Il capolavoro assoluto del disco è la devastante “When the Sun Hits”, la canzone più semplice e diretta, con una melodia da lacrime spazzata via da un muro di chitarre e da un ritornello cantilenante; a Halstead e soci bastano pochi accorgimenti così semplici ed efficaci per creare uno dei pezzi più emotivamente annichilenti dello scorso decennio. La maggior eterogeneità del disco permette di imbattersi in brani completamente diversi come una nenia rilassante e un po’ lisergica (“Altogether”) e una ballata folk-rock in chiusura (“Dagger”), ennesima pugnalata al cuore, con i suoi cori che colorano gli accordi acustici.

Pygmalion (Creation, 1995) - *****

Frutto di una gestazione travagliata, Pygmalion pone fine alla fase shoegaze degli Slowdive, presentandoli in una veste inusuale, con un album sperimentale e al di fuori di ogni logica commerciale. La band era ormai allo sfacelo, con il batterista Simon Scott uscito dal gruppo nel ‘94 per divergenze artistiche, e con l’etichetta che faceva pressioni su di loro perché realizzassero un disco pop-rock più convenzionale (la Creation era fresca del successo strepitoso dell’esordio degli Oasis). In questo contesto difficile Halstead, ormai mente del gruppo, partorì il suo album più difficile e geniale. Dei muri di chitarre shoegaze non resta quasi nulla, l’amalgama di suoni si è fatto estremamente rarefatto, con strumenti che tratteggiano lievi melodie e sembrano lasciarsi andare alla deriva, spinti da correnti impercettibili; anche i ritmi sono meno sentiti e appena delineati, lasciando tutto lo spazio ai ghirigori strumentali delle chitarre. Anche il mood è cambiato drasticamente, non v’è traccia della tristezza schiacciante dei primi album, il clima è freddissimo e le atmosfere desolate, con le voci che echeggiano nel vuoto di una pianura gelata che si perde a vista d’occhio; se prima la loro musica era passione e catarsi ora è grigia apatia. Nei suoi dieci minuti, “Rutti” attinge a piene mani dai Talk Talk di “Spirit of Eden”, con una batteria jazzata e lievi scampanellii di chitarre. Sulla stessa scia è “Crazy for You”, con suoni cristallini che volteggiano rapiti da un vortice; “Miranda” invece è un susseguirsi di loop di suoni alieni su un giro di chitarra acustica, con la voce della Goswell persa nel vuoto. Altri episodi fuori dal comune sono “J’s Heaven”, un dream pop avvolto da un’aura di cupo misticismo, “Visions of La”, un breve bozzetto folk sacrale e “Blu Skyed and Clear”, il brano più immediato e vicino agli esordi, con la tastiera svolazzante e la chitarra annegata nel tremolo.
Come spesso accade per dischi così coraggiosi, “Pygmalion” non è stato capito all’epoca, ed è tuttora ingiustamente sottovalutato; per il sottoscritto si tratta di pura avanguardia, un lavoro più vicino al post-rock visionario dei Labradford (come atmosfere si intende) che non all’allora morente shoegaze.

Dopo “Pygmalion” vi fu una diaspora dei suoi componenti: degni di nota sono i Mojave 3, un gruppo indiepop fondato da Halstead e Goswell, di cui va ricordato il buon “Excuses for Travellers” del 2000.

Pochi gruppi possono vantare una carriera più immacolata di quella degli Slowdive, che con tre soli dischi hanno dato la loro personale lettura dello shoegaze e del dream pop, generando un suono dapprima liquido e pieno, poi astratto e arioso. È giusto dare un dovuto riconoscimento a una band che ha capito quando era il momento di cambiare e riuscendo a influenzare band di ogni estrazione (dai Sigur Ros, che devono loro la carriera, alle recenti contaminazioni di metal e shoegaze).

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