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Recensione : Telefon Tel Aviv - Immolate Yourself

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Titolo: Immolate Yourself
Artista: Telefon Tel Aviv
Etichetta: Bpitch
Anno di uscita: 2009
Genere: Elettronica
Voto: 7

 

A dispetto del nome che ha caratterizzato il duo di New Orleans, le atmosfere ricreate sin dal primo album hanno venature che spaziano dai blu elettrici al verde delle luci notturne di autostrade silenziose. E son proprio questi i colori che hanno reso i Telefon Tel Aviv così affascinanti da apparire distanti milioni di chilometri (persino in sede live) da noi che, rapiti, ci siamo lasciati trasportare in un viaggio completamente stravolto nelle sue tre tappe.
Il primo album, "Fahrenheit Far Enough" è sicuramente un lavoro dalle tinte scintillanti, vero e proprio gioiellino dell'elettronica di quest'ultimo decennio. Probabilmente un pò troppo, e ingiustamente, trascurato. Così come il successivo "Map of What is Effortless", contaminato dalla purpurea suadenza del trip-hop e saturo di melodie vellutate e per nulla banali.
A distanza di cinque anni, esce "Immolate Yourself" che pare addirittura il crocevia fra il sentire ed il pensare dei Telefon Tel Aviv. Un incontro non proprio impeccabile fra le gelide gocce stillate dai glitch e via dicendo, che caratterizzano il primo lavoro, ed un gusto spesso contrastante nella ricerca della forma-canzone. Il tutto contaminato da una miriade di ispirazioni che saltellano dagli M83 ai Junior Boys, e che in alcuni passaggi richiamano alla mente addirittura gli impalpabili Air.
Lungo tutta la durata dell'album ci attanaglia proprio la percezione di qualcosa di incompiuto (come, ad esempio, nell'eterea "Mostly Translucent") e, al contempo, la sensazione che ci sia una sorta di compromesso fra le caratteristiche intrinseche dei Telefon Tel Aviv e l'occhio che viene strizzato con astuzia a tutto ciò che oggi come oggi viene apprezzato in ambito elettronico. E non sappiamo se questo sia dovuto al cambio di etichetta: dalla Hefty di Chicago alla Bpitch della controversa Ellen Allien. O perlomeno, vogliamo credere sia stato fatto tutto secondo il loro volere.
Spesso si scivola nella troppa "ballabilità", in passaggi sonori che ci portano a cose già sentite ed assorbite qualche lustro fa. Il singolo "Helen of Troy" non a caso ha spiazzato un pò chiunque.
Probabilmente, sono proprio queste sensazioni a non farci gustare appieno "Immolate Yourself", nonostante sia senza dubbio un album genuino. Ed i momenti un pò troppo sospesi come, ad esempio, "Made a Tree on The Wold" ci fanno pensare a voler skippare la traccia per giungere a quel che viene dopo. Ma non lo facciamo perchè qualcosa ci ferma, e restiamo lì lì, incerti anche noi, a goderci il fluire delle note nello stridere dell'odore della notte. Fino a giungere ad uno dei brani più belli dell'album: "You are The Worst Thing in The World", straziante nel suo essere così delicato nonostante il titolo.
La peculiarità di "Immolate Yourself" percepita sino ad oggi, alla luce della dipartita di Charles Cooper, è proprio quella di una sorta di lettera aperta al mondo, alle contaminazioni. Senza troppi giri d'inutili parole, senza cadere rovinosamente nel "già detto". Questo, nonostante tutto, nonostante la mente cerchi di afferrare un qualche significato dietro il titolo dell'album, dietro certe dichiarazioni.
Perfetto nella notte, perfetto nel grigiore di questo gelido inverno, perfetto nel suo essere evanescente.
Come i birds della meravigliosa traccia d'apertura.

PS:I'm not sure about the future of the band. I can't imagine doing this without Charlie, but since the grief is far too near at this point, I'm not making any concrete decisions about anything regarding the future. I just want to bury my best friend, lay his soul to rest, and keep him in my heart.

Yours in Music,

Joshua Eustis

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