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domenica 26 gennaio 2020

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(Not) Going for Growth 2009. L’Italia e il dramma della produttività troppo bassa.

Breve nota critica in relazione all'analisi recentemente pubblicata dall'OCSE sullo stato della crescita delle economie mondiali

03.03.2009 - Raffaele Saggio



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L’Italia l’ha fatto di nuovo. Anche quest’anno il rapporto dell’OCSE  “Going for Growth 2009”, ha assegnato la maglia nera in termini di produttività al nostro - povero - paese.
In realtà c’è ben poco da sorprendersi. Sono quasi 15 anni che il rallentamento della produttività, ed in particolare della produttività del lavoro, sta bloccando la crescita della penisola che, infatti, dal 1995 è sempre aumentata, in termini relativi, meno di paesi come Francia, Spagna, Regno Unito e Germania (1). Dallo studio recente dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico l’Italia si colloca in 19esima posizione su 29 Paesi per la differenza del Pil pro capite rispetto agli Usa, con un divario superiore al 30% rispetto al 2007.

 

Grafico: Differenziali di crescita del PIL pro capite tra Italia e Spagna, Germania, Francia, Regno Unite. Le barre positive indicano gli anni in cui l'economia italiana è cresciuta di più della media di questi quattro paesi.

Tabella: Decomposizione della voce Pil Procapite nelle sue principali componenti (Produttività del lavoro, ore lavorate e popolazione in età lavorativa). Per maggiori dettagli: Daveri (2006)

La domanda più evidente da porsi ora è ovviamente: perchè in Italia la produttività ha smesso di crescere? A pesare, leggendo il rapporto dell’OCSE, sono essenzialmente tre fattori strettamente connessi al mercato del lavoro: a) una competitività industriale ancora troppo dipendente dal costo del lavoro, b) un impianto di contrattazione rimasto a lungo troppo centralizzato e incapace di allineare salari e produttività, c) un cuneo fiscale e contributivo troppo elevato, con una differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta che penalizza sia la domanda che l'offerta di lavoro e la produttività.
Tutti questi tre fattori, insieme a molti altri non esplicitamente menzionati, costituiscono degli ostacoli apparentemente insormontabili per realizzare quel flusso di innovazione e capitale umano che hanno permesso a molte economie a noi vicine (USA, Regno Unito e Finlandia) di realizzare negli anni passati importanti incrementi di produttività. 
Le ricette per una ripresa passano, secondo gli economisti dell’OCSE, da una riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, dal miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario da accompagnare ad un decentramento della contrattazione salariale e una maggiore concessione di incentivi per l’innovazione.
Le proposte, insomma, appaiono sempre le solite, così come solite appaiano però le politiche economiche dei recenti governi Italiani del tutto incapaci di segnare un vero trend di rottura.
Colpa del debito pubblico, si dirà. Certamente sarebbe sciocco ignorare il peso di un simile fardello su qualsiasi tentativo di manovra fiscale e altre eventuali riforme del welfare.
Ma appare altrettanto significativo che in un momento simile, in cui la crisi sta con ogni probabilità toccando il suo picco maggiore, il governo attuale sembri impegnato in tutto tranne che risolvere il vero problema dell’economia Italiana, scegliendo di non affrontare quelli che sono alcuni dei problemi endemici del nostro sistema produttivo.
Una scelta dannatamente gattopardiana che con molta probabilità avrà conseguenze estremamente negative per l’economia Italiana e per quel grafico a barre riportato in alto...

(1) Uno studio particolarmente approfondito e ricco di prospettive interessanti su questa tematica è quello offerto dal Prof. Francesco Daveri in Innovazione Cercasi, Laterza, 2006.

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