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martedì 31 marzo 2020

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Recensione : Odawas - The Blue Depths

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Titolo: The Blue Depths
Artista: Odawas
Etichetta: Jagjaguar
Anno di uscita: 2009
Genere: Folk/Ambient
Voto: 6

 

Il tragitto di Michael Tapscott e Isaac Edwards dall'Indiana sino in California è costellato di buone speranze e placida quiete.
Se con il precedente album "The Raven and The White Night" le ispirazioni fluttuavano in modo poco celato da sonorità floydiane a tutto ciò che riguarda il revival psichedelico, sino a farsi quasi dimenticare in mezzo ad altri gioielli sbucati fuori da ogni dove durante il meraviglioso anno 2007, prima dell'ascolto di questo "The Blue Depths" devono palesarsi (forse fuori luogo, pur essendo mere "avvertenze") innanzitutto le premesse. Premesse che ci portano a sconsigliare di rivolgere lo sguardo al passato.
La genuinità nel loro modo di fare musica è sempre la stessa, tiepida e romantica, ma stavolta sembrano essersi rinchiusi davvero in un qualche posto ad immaginare una sorta di coacervo di immagini sulle quali ricamare le note adatte, anzichè lasciarsi andare alla magica atmosfera contornata semplicemente dalla loro arte, cosa che invece accadeva nel precedente album.
La cosiddetta "musica da camera" (nell'attitudine, più che altro) è un bel pò presente, sino a straripare con le sue ondate bluastre tutt'attorno.
E ci riesce semplice intuire da dove abbiano colto (a piene mani) i frutti per la stesura di questo nuovo album. Se poi leggiamo addirittura nella loro lista di consigli musicali in cui immergersi nell'attesa del terzo album, fra gli altri, Mr. Walker e Mrs. Joni Mitchell il tutto si fa ben più chiaro. Ma la ricerca del punto da cui si son sparpagliati questi famigerati colori carichi di emotività risulta vana.
La durata pare adeguata, poco meno di quaranta minuti, ma è l'alternanza a mancare: il tutto scivola via spesso senza lasciare alcunchè, soprattutto se ascoltato nella maniera non adatta. Lo sentiamo suonato e cantato proprio come se fosse una sorta di colonna sonora, ma non si riesce ad intravedere nessuna immagine lungo l'orizzonte.
La passeggiata immersa nelle profondità non ha alcuno scossone, scorre semplicemente e in modo pacato. Fin troppo.
Se ad un primo ascolto ci colpisce "Harmless Lover's Discourse", ad esempio, dopo un pò quasi la dimentichiamo chissà dove. O meglio: non ne sentiamo il bisogno. E via via accade anche con le altre sette tracce, sino a farci rimpiangere le immaginarie cavalcate di "Getting to Another Plane" e la malinconia di "Alleluia". E' inevitabile.
Non che manchino semplicità, gusto ed eleganza, ma il tepore saturo di indolenza di certe tracce anzichè sconvolgere con il suo essere carezzevole di natura (cosa perfettamente riuscita ai grandiosi Low, ad esempio, pur essendo distanti galassie) ci lascia quasi indifferenti, si mostra in un chiaroscuro senza macchie nè vizi di forma.
In un paio di parole ancora, senza girarci attorno ulteriormente: "The Blue Depths" è un disco da scoprire pian piano e da non paragonare al precedente, guai a bruciarlo troppo in fretta col fuoco dell'attesa. Sperando di riuscire a tirarlo fuori ancora lungo l'anno ed oltre, sebbene non splenda granchè neppure a due mesi da questo inizio 2009.

 

 

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