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Recensione : Dalek - Gutter Tactics

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Titolo: Gutter Tactics
Artista: Dalek
Etichetta: Ipecac
Anno di uscita: 2009
Genere: Experimental Hip-Hop
Voto: 6,5

 

Una premessa, se vi (ci) va. Facoltativa. O forse no.
Il fioretto che l’hip-hop sotterraneo si è prefisso da tempo è il ritorno – ideale – all’electro, visto come un necessario (ri)scoprirsi non solo “contro” ma soprattutto “avanti” rispetto alle premesse ideologiche e sonore che ne hanno determinato il sorgere e il repentino deteriorarsi. Questa la regola che ha consentito il germogliare di un sottobosco vivo e “vitale” all’interno della nuova “lingua franca della musica pop americana” (Shapiro); sottobosco la cui eterogeneità è stata agevolata dai ribaltamenti di prospettiva culturale intervenuti negli anni ‘90 (i primi passi nell’underground hip-hop dell’elite bianca di estrazione indie-rock, la scoperta di un “gemello diverso” – inglese e apolitico – ribattezzato trip-hop) e dal proliferare di entità creative/distributive (emblematico il caso Anticon) gestite secondo modalità collettivistiche, squisitamente “fai-da-te”, che del’hip-hop hanno recuperato la dimensione più “artigianale” e quindi originaria. Dire perciò che l’hip-hop, all’alba del terzo millennio, si è rigenerato guardando necessariamente fuori da sé è vero solo in parte: è il genere stesso a nascere, embrionuccio post-disco, come contraltare di idee e contaminazioni eterogenee poi confluite/annullate in un linguaggio chiusosi a riccio nella mera autoreferenzialità; in fondo, serviva soltanto qualcuno che ne riportasse in superficie l’originario caos creativo.

Altrettanto interessante, oltreché strettamente connesso a un’osservazione precedente, è il rapporto di proporzionalità diretta intercorrente fra quoziente di “sperimentalismo” della musica hip-hop e progressivo “imbianchimento” del pubblico di riferimento: all’aumentare dell’uno corrisponde un sempre maggiore livello dell’altro, quasi che l’hip-hop apparentemente “meno hip-hop” (ehm…) trovi il suo vero bacino d’utenza nella upper class bianca, quella cresciuta a pane e art-rock. Certo è un dato attendibile, però attenzione a non prenderlo con eccessiva rigidità, giacchè dietro questa mistificazione potrebbe celarsi il razzismo di credere il concetto di avantgarde – inteso esclusivamente come aderenza a precisi moduli stilistici, non certo come fittizia pretesa di superiorità (di che genere poi?) rispetto ad altre tipologie di musica – estraneo dall’orbita della black music e, più in generale, dai gusti dalla comunità nera, dimenticando così per strada il jazz “libero” di Ayler o quello cubista della AACM di Roscoe Mitchell & soci (“great black music” la definivano loro) che di questo universo sono manifestazioni imprescindibili. In altre parole, rischia di essere perpetuato il classico paradigma del “buon selvaggio” dalle grandi potenzialità ma povero d’ingegno, a cui finalmente l’uomo bianco dona un po’ d’ordine mentale, nuove categorie estetiche e coscienza dei propri mezzi.
A imporsi con sufficiente chiarezza è invece la testardaggine con la comunità hip-hop abbia forgiato una forte e connotata identità culturale, facendosi carico (come e più del soul) del riscatto del popolo nero attraverso la contrapposizione attiva, la competizione interna ed esterna; logica per cui è presto degenerato in arte verbale (e spesso verbosa), epigono del capitalismo, perfettamente integrato – seppur da una prospettiva “di minoranza” – nel sistema dell’affermazione individuale nel libero mercato.

Nati nel continuum della dialettica di Public Enemy e Grandmaster Flash, ma simultaneamente seguaci delle tensioni futuriste alla Afrika Bambaataa e delle derive più avant del pianeta (le collaborazioni con Faust e Techno Animal non dovrebbero lasciar dubbi a riguardo), i Dalek rappresentano il perfetto gruppo hip-hop dei 2000, quello che teoricamente dovrebbe metter d’accordo whiteys e niggas, juventini e milanisti, seguaci del rumor bianco e patiti della old-skool. E infatti Mc Dalek e il dj Oktopus la storia dell’hip-hop la conoscono bene, ma talmente bene da permettersi di calcare la mano sui dati estranei, come le planate “psych-noir” dell’inarrivabile “Negro Necro Nekros” (’98) o gli umori industriali e shoegaze di “Absence” (2005), senza per questo cedere alla tentazione della creazione disinteressata (cLOUDDEAD), scevra da un contesto sociale e politico il cui sfoggio è per loro vezzo/dovere irrinunciabile. [Strano poi (anzi no…) che nessuno citi quello che è forse l’antecedente più diretto del loro stile noisy, ossia il Tricky monolitico e claustrofobico di “Pre-Millennium Tension” o di quella “Psychosis” dell’ “Hell EP” che già contiene in embrione gran pare del loro suono. Ma in fondo Tricky non è più trendy da un pezzo, vero cari?].
Dispiace, dopo questo ciclopico “ambaradan” di presentazione, notare come “Gutter Tactics” sia sostanzialmente un’involuzione del loro stile. Ciò non significa che sia un disco “brutto”, intendiamoci, solo che nulla aggiunge su quanto già si sapeva su di loro e che “Absence” mostrava brillantemente; ne cristallizza anzi la semantica fra deliri noise e monotonie “kraute”, magari accentuando il versante agit-prop (valga per tutti il sermone del Reverendo Jeremiah Wright su “Blessed Are They Who Bash Your Children Rock Against A Rock”) con invettive ben più velenose che in passato (evidentemente Obama non ha fatto il pieno d’ormoni a tutti).
Ad aggravare gli effetti della crisi e della dilagante povertà mondiale è ancora una volta il colore della diversità portato sulla pelle: “I bianchi poveri non hanno mai dovuto temere di essere linciati. I bianchi poveri non hanno mai saputo cosa significa temere per la propria vita se si scopriva che non sapevano né leggere né scrivere. I bianchi poveri non sono mai stati completamente sradicati dalla propria cultura”. Di riflesso, ecco spegnersi all’orizzonte il sole di un nuovo inizio, come liquefatto in una pozza di tintura arancione e porpora (le tensioni sludge alla Melvins ingabbiate nella griglia di codici morse in “Who Medgar Evers Was…”); ecco la poltiglia industrial di “Los Macheteros/Spear Of A Nation” farsi bombardamento impietoso, con i beat simili a missili terra-aria; ecco la maniacalità della Title-track e i suoi scratch che colano come bava dalla bocca di un eroinomane, o le chitarre che in “Street Diction” (il capolavoro del disco) fanno catenaccio e si comprimono in una scia di voci strazianti, squillanti, psichedelicamente deviate. “A Collection Of Miserable Thoughs Laced With Wit” e “We Lost Sight” mostrano invece il lato più soffuso del sound: la prima un prismatico gracidare fra contrabbasso e tastiere in reverse, la seconda il corpo nebuloso dei My Bloody Valentine (non ce l’ho fatta a non citarli, pardon…) immerso in una piscina di riverberi aurei.
I bassi di “Atypical Steretype”, come bolle di un magma che perfora gli altoparlanti degli amplificatori, chiudono degnamente un disco pregevole ma tutto sommato prescindibile, data la già folta discografia del gruppo. Ovviamente la consapevolezza circa il valore dei Dalek resta intatta (‘sti due continuano a suonare come nessun altro, c’è poco daffare), e parimenti salva la loro capacità, al pari dei Cannibal Ox di “The Cold Vein”, di “astrarre” pur restando ancorati al dato tangibile dell’hip-hop come cultura e forma espressiva. Quello che si chiede loro, a questo punto, è un altro scarto qualitativo, un’ulteriore evoluzione di un suono che, pur fortemente connotato, ha già cambiato pelle più e più volte. La sfida è aperta.

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