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domenica 19 gennaio 2020

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Recensione : nokeys - The Regency

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Titolo: The Regency
Artista: nokeys
Etichetta: SFEM
Anno di uscita: 2009
Genere: Pop Elettronico
Voto: 6

 

I nokeys (tutto minuscolo, mi raccomando) sono una band italiana di Parma attivi già da tempo sulle scene europee (particolarmente a Stoccolma) con un pop rock di tutto rispetto. Tra i Depeche Mode di “Little 15” e di “Personal Jesus” e gli Smiths, il loro sound  si estrinseca facile nei nostri canali uditivi, sale su nel cervello con delicatezza, senza invadenza, senza nessuno strappo. Tutto scivola, lubrificato, nei nostri pensieri che si fanno improvvisamente bianco-neri, i colori della scena new wave. Non poco per un gruppo italiano, ancor di più se si parla di un’attitudine sonora quasi completamente assente dalle Alpi in giù. Se dobbiamo fare un paragone azzardato, cosa che sapete perfettamente gradiamo fare, li accosteremmo ai Baustelle, band ormai sulla cresta dell’onda. Cresta che, forse, meriterebbero anche i nokeys (sempre tutto minuscolo, mi raccomando): stupisce l’incredibile somiglianza del timbro vocale di Rico a quello di Dave Gahan dei Depeche Mode, così come certe ambientazioni nel limbo dell’elettronica convertitasi al pop più oscuro.
Giocano con i suoni Rico e compagni: Gatto al basso è il motore graffiante e profondo di una musica datata ma che non diverrà mai aceto. Esempio massimo è la deviazione post-punk di “Eyes of a Riot”, truce nel suo ritmatissimo incedere. Canzoni come “Slow”, una lenta ballad omicida, e come “Rock ‘n Roll Pistolero”, canzone rubata ai Litfiba di qualche annetto fa, le vorremmo sentire in qualsiasi produzione di pop elettronico. Acido il lavoro di Luca alla chitarra, così come senza sbavature o eccessi, e non è poco, è il contributo di Bonzo (nomignolo piuttosto altisonante ed evocativo) alla batteria.
Se ci aveste detto che questo album era il nuovo dei Depeche Mode ci avreste fregato per più di qualche istante. Poi, come in tutte le cose, si arriva alla verità: leggiamo il nome sulla splendida cover e cadiamo giù dalle nuvole. Avessimo letto “Sounds of the Universe” avremmo pensato che Martin Gore ci aveva inviato del materiale in anteprima, così, per sbaglio.
Tutto vero: questo è un bell’album. “Ma il genere oramai è morto e sepolto!” direte voi. Noi non rispondiamo: mettiamo solo su questo disco che, pur non essendo niente di particolarmente originale, è ben elaborato in tutte le componenti essenziali. C’è il groove, ci sono le ambientazioni e soprattutto sentiamo un fervore comunicativo non molto comune. Se con il prossimo lavoro riusciranno a distaccarsi maggiormente dalle matrici storiche dei loro beniamini musicali più importanti, avremo tra le mani un disco da pollice in su. E siamo sicuri che hanno le carte in regola per farlo. Nel frattempo ci risentiamo nuovamente il loro “The Regency”.

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