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martedì 18 febbraio 2020

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Recensione : Scat - Il Muro dopo Nagasaki

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Titolo: Il Muro dopo Nagasaki
Artista: Scat
Etichetta: -
Anno di uscita: 2009
Genere: Rock, Jazz, Psichedelia
Voto: 7

 

«Tutto il mondo è paese». Forse non vi rendete conto di quanta saggezza porta con sé questo semplice detto italiano. La sua perfetta dimostrazione si ha nella musica, non tanto nei costumi e nella socialità delle genti di tutto il mondo. Probabilmente la questione rimanda al concetto d’identità, concetto che è problematico da millenni, oramai quasi una sorta di DNA generazionale di stampo junghiano, sempre più globalizzata ma sempre più autenticamente “local”: ormai non si fa altro che sforzarsi per spiccare il volo, brillare più degli altri, distinguersi dalla massa terrestre che, con la sua fame bramosa, non vede l’ora di inghiottirci per non farci più emergere dalla poltiglia informe del termine “società”. Una ricerca affannosa di chi si è per conoscersi nella propria autenticità. Chiunque prima o poi deve scontrarsi con la definizione di “ego”: questo però non può far altro che formarsi con la chiarificazione di ciò che certamente non si è. Tipica logica di contrapposizione quella che ormai gestisce il mondo: io, l’altro, l’altro ancora, il non io.

Ripartiamo con calma: gli Scat non sono un gruppo come tanti altri. Fusion sincera di jazz, post rock e psichedelica “Il Muro Dopo Nagasaki” è una produzione onesta, schietta, senza fronzoli inutili e senza passaggi a vuoto. Non sono i Doors e certamente non sono emuli di Miles Davis. Sono più simili a Codeine, June of ’44 e ai Giardini di Mirò. Logica contrappositiva, dicevamo: l’efficienza fatta metodo, pensano fir fiori di storici ed epistemologi a riguardo. “Il Muro Dopo Nagasaki” non è banale. Altro dato certo. E’ uno sforzo intellettuale, non sempre troppo riuscito ma certamente di altissimo livello, di comunicare la visione del mondo di quattro musicisti, di un tot di artisti torinesi che pensano, leggono e si interessano alla nostra nazione tanto sciagurata. Questo ultimo lavoro degli Scat non è nemmeno un urlo pieno d’odio, né di livore. Forse un po’ di nostalgia, un po’ di lucida arrendevolezza.

Fin dalla traccia di apertura, “Low Relativity”, sentiamo i segni distintivi di questa fusion band: sentiamo i riferimenti ai Codeine di “Frigid Stars” uniti alle chitarre da “Il Vile” dei Marlene Kuntz e alle strutture musicali dei Giardini di Mirò. L’impatto funziona, soprattutto nelle parti più aggressive e rock grazie allo splendido lavoro, anche timbrico, di Fabrizio Florio alla chitarra (un lavoro simile il suo a quello che sentiamo nei Vanessa Van Basten). Dopo l’entrata della voce in “God’s Sand”, ballata desertica con slide e atmosfere soffuse da crepitii di falò e ventate di aria carica di sabbia, è “Il Muro dopo Nagasaki”, la title track, a sorprenderci positivamente fino a farcela considerare la migliore del lotto. Dopo un intro di basso (suonato da Adriano Troja) influenzato dagli ascolti toolebani, sentiamo un tema chitarristico vicino alle attitudini e alle timbriche di Rodriguez-Lopez da “Se Dice Bisonte, no Bufalo”. Con l’entrata del sax di Mirko Guerra e l’andatura più incisiva e rumorosa della batteria di Corrado Castella il brano si stravolge in un divertissement di hard jazz. Gli Zu senza hard core. Nel finale un estratto dagli “Scritti Corsari” di P.Pasolini (precisamente uno scritto del 14 novembre 1974) non fa nient’altro che aumentare il peso intellettuale di una traccia davvero ben ponderata. Dopo l’incerta “Chiedi alla Polvere”, assenti sia John Fante che Arturo Bandini, e la cavalcata di “Incerto e Vero”, gli Scat tirano fuori i loro ultimi colpi con le due conclusive “Il profumo della sabbia” e “La cavalcata del Re”: bellissimo il gioco, nella prima, di slide e rumorismi di sottofondo,  in attesa del boato trascinante di fine canzone; appassionante l’incedere della seconda, vicino tanto ai Marlene Kuntz di “Ape Regina”, quanto di giri chitarrisitici degli A Perfect Circle.
Lavoro derivato ma originale. Non reggono il confronto con i loro padri putativi, ma questi Scat, sgomitando e professando la loro parola, si ergono a paladini della buona musica prodotta in Italia. Ci fossero più band così, l’ignoranza musicale svanirebbe dal nostro “Bel Paese”. E diventeremmo tutti più sorridenti e felici. Ma, purtroppo, non fa ancora parte del nostro DNA generazionale (ma mai lo farà?).


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