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Recensione : The Decemberists - The Hazards Of Love

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Titolo: The Hazards Of Love
Artista: The Decemberists
Etichetta: Rough Trade
Anno di uscita: 2009
Genere: Indie Rock (Rock Opera)
Voto: 8

 

Diciamocelo: l’idea di “concept album” fa rabbrividire e richiama alla mente cervellotiche e noiosissime seghe progressive in cui ogni pezzo non ha senso preso singolarmente ma è asservito, appunto, al “concetto” che guida il tutto. L’idea di concepire un disco non più come una raccolta di singoli ma un’entità unica, composta da parti tra loro interconnesse, ha avuto la sua importanza in un determinato periodo storico e ha permesso di dar forma all’oggetto che oggi chiamiamo “album”, ma portata alle sue estreme conseguenze ha finito per mettere in dubbio il concetto stesso di canzone, quasi sempre con risultati dubbi e spesso invecchiando decisamente male.
The Hazards of Love è un concept album. Però chiarisco subito, a scanso di equivoci, che non ha nulla a che fare con quanto affermato in precedenza. Si tratta di una rock-opera che ricorda più Tommy degli Who o Arthur dei Kinks che gli sterili tentativi (per lo più falliti) di unire rock e “musica colta”, insomma, un’opera ambiziosa che però non perde il gusto della melodia efficace, del ritornello da cantare a squarciagola, insomma del pop.
The Hazards of Love è anche il titolo di un ep del 1966 di Anne Briggs, splendida fata folk della terra d’Albione in attività tra la metà dei ‘60 e i primi ‘70. Ed è proprio l’ascolto di questo disco che fa scattare nella testa di Colin Meloy la voglia di superare quel pur pregevole ma tutto sommato poco incisivo indie rock che fino a quel momento aveva caratterizzato il suono della band e di buttarsi in un’avventura, almeno sulla carta, fuori tempo massimo. Certo, i Decemberists avevano già affrontato rischi di suicidi commerciali (The Crane Wife aveva come fulcro una suite prog-rock in tre parti ispirata a un'antica leggenda giapponese) superando la prova a pieni voti, ma quello che lì appariva come un, per quanto affascinante, esperimento a se stante nella produzione della band, qui acquista una maturità tale che mi permette di dire senza imbarazzi che ci troviamo probabilmente al cospetto della loro prova migliore. Per l’occasione i Decemberists si fanno accompagnare da diversi musicisti dell’area di Portland tra cui Becky Stark dei Lavender Diamond and Shara Worden aka My Brightest Diamond (sì, l’originalità non è di casa da quelle parti per quanto riguarda i nomi delle band...), nonché Sua Maestà Robyn Hitchcock.
L’opera racconta una storia d’amore: una donna di nome Margaret (“interpretata” dalla Stark) si innamora di un abitante muta-forma della foresta (qualunque cosa esso sia, “interpretato” da Meloy). La gelosa regina della foresta (Shara Worden) e altri vari personaggi si frappongono tra i protagonisti cercando di contrastarne l’unione. Sì, lo so, raccontata così sembra una boiata pazzesca, ma vi assicuro che vale l’ascolto!
Se l’idea dell’opera-rock richiama inevitabilmente i seventies, la musica non è da meno, anche se più sul versante dell’hard-psych dei Blue Cheer (The Queen's Rebuke/The Crossing) o del post-mod degli Who che del Prog o del Jazz-rock nonostante i frequenti cambi di tempo, la costruzione dei pezzi mai banale e un certo manierismo negli arrangiamenti. Grandi protagonisti sono i riff “fuzzati”, i 4/4 battuti, pur non mancando i momenti più “riflessivi” che seguono nelle atmosfere lo sviluppo della storia, ricordando a tratti addirittura i Fairport Convention, tra cui troviamo delle autentiche perle (Annan Water da riascoltare senza tregua). Non sono assenti tracce meno ispirate (il coro fanciullesco Revenge!, che appare decisamente forzato, o la ballatona The Hazards of Love 4 che conclude l’opera) anche se  sempre pregevoli.
A voler citare invece le punte di un’opera quasi sempre ad altissimi livelli compositivi, si potrebbero nominare la title-track, portata in vita addirittura in 4 suite basate sulla ripresa del tema musicale (il finale, come già detto, un po’ deludente a dire il vero), The Wanting Comes In Waves, The Queen’s Rebuke, ma soprattutto la splendida Rake's Song, singolo reso disponibile per il download gratuito.
Insomma, nell’epoca dell’mp3, di iTunes e di e-Mule, in cui per certi versi si sta rifocalizzando l’attenzione sulla canzone, sul singolo, sul brano da ascoltare in shuffle nell’iPod, destrutturando in pratica il concetto di album come raccolta di composizioni inserite in un “tutto” significante, i Decemberists lanciano la sfida dell’opera-rock e contro ogni pronostico della vigilia vincono sia sul piano della qualità che su quello dei risultati di vendita. Bravi.

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