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martedì 07 aprile 2020

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Recensione : Shadow Keep - The Hourglass Effect

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Titolo: The Hourglass Effect
Artista: Shadow Keep
Etichetta: Melissa Records
Anno di uscita: 2008
Genere: Power Metal
Voto: 4,5

 

Ricordo che in adolescenza, perciò purtroppo più di qualche anno fa, all’inizio del mio lungo percorso di ascolto metallico, con gli amici eravamo soliti ascoltare band del nostro genere preferito: il power metal. L’ascolto si svolgeva in maniera piuttosto casuale, della serie “sentimo questi come sò”, ed il più delle volte andava a finire per orientarsi sui mostri sacri del genere. Nemmeno ci si curava, il più delle volte, del fatto che gli stessi suoni si ripetessero in buona parte dei dischi, che lo stesso stile e la stessa struttura compositiva si ritrovassero in continuazione, perché al musica piaceva, e coinvolgeva. E poi, erano mostri sacri. Ogni tanto, poi, qualche amico più curioso (o più pazzo, o con più soldi da buttare, o con qualche conoscente più pazzo di lui), si trovava tra le mani il dischetto di qualche gruppo totalmente sconosciuto, o perlomeno ignoto al “mainstream” del metallo internazionale, che veniva acquistato solo perché in copertina c’era qualche drago, qualche nano o qualche principessa con gli occhi azzurri e i seni al vento, sicchè uno si diceva: “Bè, sarà power”. Questo fu il caso, tra gli altri, di Corruption Within degli Shadow Keep, me lo ricordo come fosse adesso: le canzoni erano tutte uguali, o almeno sembravano. Agli altri piaceva, per i riff, la voce acuta, la ricerca chitarristica, e in fondo non che il complesso fosse poi così distante dal suono di tanti altri gruppi power che piacevano di “default”. Però proprio per questo, io penso che, se in mezzo a tutta questa caterva di suoni che a ben guardare si assomigliavano tutti, dicessi degli Shadow Keep che  “le canzoni erano tutte uguali”, fa riflettere.
2008: Esce The Hourglass Effect, il terzo disco del gruppo sopracitato, a distanza, penso, di mille anni dal precedente. Non posso resistere alla tentazione di ascoltarlo, e noto con divertito disappunto che la storia non è molto cambiata. La qualità tecnica non si discute, il gusto “ricercato” tipico del power dalle venature progressive nemmeno. E non si discute neppure la voce del cantante, che in realtà scopro essere nientemeno che Richie Wicks, una specie di colonna della nwobhm, ex degli Angelwitch e dei Tygers of Pan Tang (quelli sì che erano gruppi). Bisognerebbe però capire bene in cosa consiste questa “ricerca”, visto che la frase che mi girava in testa al termine dell’ascolto, qualche giorno fa, non era troppo diversa dall’impressione adolescenziale su Corruption Within.

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