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martedì 26 maggio 2020

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Recensione : Uochi Toki - Libro Audio

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Titolo: Libro Audio
Artista: Uochi Toki
Etichetta: La Tempesta
Anno di uscita: 2009
Genere: Experimental Hip-Hop
Voto: 8

 

Gli Uochi Toki sono Rico (basi) e Napo (voce), vengono da Alessandria, questo è il loro quinto album. Per spiegare le intenzioni alla base del progetto il duo ha fatto circolare un comunicato contenente un excursus sul materiale da cui sono stati tratti i sample, nonché un’acuta riflessione sui testi. Le situazioni esposte nella prima metà dell’album vorrebbero Napo diretto protagonista, mentre la seconda parte presenterebbe storie inverosimili con al centro personaggi dotati di capacità all’infuori della norma. L’attenzione è in buona parte puntata sul peso che può avere la fantasia in certi soggetti e sugli stati allucinatori che ne possono derivare.
Analisi inascoltata, purtroppo, perché stanti le reazioni generate da “Libro audio”, sembra che a nessuno importi granché di questo aspetto: le citazioni più frequenti vengono tutte dai primi quattro brani, a livello narrativo i più canonici, e il dibattito si sviluppa intorno alla politica (una fugace stroncatura di Che Guevara in “Il nonno, il bisnonno”), alla critica rivolta da Napo verso certe strutture sociali, all’atteggiamento accomodante nei confronti del pubblico alternativo. Per farla breve, la maggior parte sembrano commenti rivolti agli Afterhours o a qualche cantautore impegnato: di certo non a “Libro audio”. Non che ci si debba per forza schierare dalla parte dell’artista, il suo commento in fin dei conti è solo uno dei tanti possibili: una volta condiviso il prodotto, l’artista diventa fruitore a sua volta, e in questo non è più valido di qualsiasi altro individuo. Nel caso specifico l’artista si è però dimostrato particolarmente lucido, e non si può ignorare a questa maniera una analisi tanto accorta. L’impressione che si ha in diversi tratti è infatti quella di leggere una sceneggiatura. Evidente lo sfondo distopico, se non fantascientifico: non chissà quale spettacolare fantascienza, potrebbe anzi semplicemente trattarsi di un futuro già presente.
Nei primi quattro brani si rintraccia qualcosa di simile a un’invettiva, ma la stesura è a dir poco trasversale: vi basti pensare che per esprimere estraneità al concetto di città moderna si fa ricorso a paragoni con la Via Lattea e la visibilità delle stelle (“Il cinico”). Da “Il non-illuminato” in poi il registro però muta, e fa segnare l'ingresso nella dimensione percettiva alterata che dicevamo all’inizio (il comunicato indicherebbe “Il ladro” come incipit della sezione surreale, ma i due brani che lo precedono, lo constaterete da voi, sono altrettanto deliranti). Il protagonista/rapper che emerge (e che per comodità chiameremo Napo 2.0) non è umano, o almeno non normalmente umano (alieno? Mutante? Reincarnato? Posseduto?): detiene infatti la capacità di captare elementi al di là dello specchio, e ciò gli consente di formulare una nuova maniera di rapportarsi con gli altri. Napo 2.0 ha percezioni più raffinate degli altri esseri umani e vive sfasature della realtà che diventano realtà a loro volta. Una volta compreso ciò, diventa difficile leggere come critica sociale ciò che narra, o cogliervi qualsivoglia forma di spocchia: si tratta di un diverso, che non riesce a penetrare l'organizzazione di intelligenze che dal suo punto di vista si auto-costringono. La diversità di chi ha una visione dell'esistenza bene o male più profonda, pennellata da un tocco di esoterismo.
Napo 2.0 non esprime un dissenso su base morale. Dissente, ma per una questione prettamente tecnica: gli è preclusa la possibilità di captare le ragioni della realtà umana (realtà alla quale è per giunta costretto a rapportarsi solo in quanto parte di una minoranza). La preclusione di questa possibilità porta sì alla diffidenza, ma è una diffidenza a un passo dall’istinto di un animale, che ha ben poco in comune con quella generata da questioni politiche o idealistiche.
E’ pertanto corretto affermare che le osservazioni di Napo 2.0 decostruiscano i perché dell’agire comune, è invece scorretto dire che lo facciano con degli scopi premeditati: non c’è nessuno scopo, anzi la sensazione è che il Nostro agisca per empirismo, che non percepisca le strutture sociali come sbagliate e quindi da smantellare, bensì che ne voglia sperimentare una fredda, disinteressata vivisezione ("Lo spadaccino"). Se compie le azioni che compie è per via della sua stessa natura, non per convinzione. Alla luce di ciò si potrebbe addirittura affermare che questo personaggio tenda a essere immune dai concetti di "bene" e "male".
Ecco quindi architetti che si nascondono sotto terra e osservano il mondo dai tombini (“Il claustrofilo”), persone che infilano oggetti sotto l'intonaco (“Il ladro”), resurrezioni come se piovesse (“Il necromante”), manie incendiarie interpretate come approccio alla chimica (“Il piromane”) e ogni altro tipo di allucinazione.
Siamo tutto sommato a un passo da Philip K. Dick, piange perciò il cuore quando vediamo il tutto recepito come fosse un comizio politico, e se è pacifico che la fantascienza possa contenere metafore politiche, è anche vero che ci si dovrebbe arrivare solo dopo un’opportuna decodificazione delle storie, degli intrecci e dei paralleli utilizzati, nonché dopo la doverosa analisi di eventuali invenzioni letterarie, che in questo disco scoverete in abbondanza (per quanto riguarda il contesto rap ovviamente: è ovvio che Napo non sia un romanziere, così come Dick non sapeva scrivere canzoni). Un brano valga per tutti: “Il non-illuminato”. Per indicare una piazza, teatro della scena iniziale, Napo utilizza un criptico elenco dei materiali che la compongono, e stabilito lo scenario dà il via al racconto di una notte allucinata in giro per il proprio paesello, con salti temporali a rotta di collo e improvvisi ribaltamenti percettivi (“guardo persone, inversione, mi guardano”): il tutto a suon di giochi metrici violentissimi, che riducono al minimo gli spazi vuoti. E’ un disco sfiancante da questo punto di vista, logorroico, un bombardamento di evocazioni ricamato da un linguaggio forbito e sorprendentemente colto: non citeremo tutti i termini astrusi (diversi dei quali di carattere scientifico) utilizzati da Napo, non avrebbe senso elencarli all’infuori delle sue costruzioni, possiamo solo rassicurarvi sul forte potere suggestivo derivato da loro impiego.
Se pensiamo al livello medio dei testi nello scenario indie italiano, la distanza appare evidente: i Baustelle sono degli intellettuali per una citazione di Baudelaire o poco più, è quindi automatico chiedersi come reagirebbe lo stesso pubblico messo davanti alle suggestioni di Napo. In parte la risposta ci viene già fornita dal riscontro ottenuto dalla band: diversi fan della scena rap più out e pochi altri rastrellati nelle webzine specializzate. Un culto di rispetto, ma che difficilmente potrà mai generare numeri significativi.
La musica? Altrettanto folle, manco a dirlo. Il risultato delle ricerche di Rico è un miscuglio di noise, jazz, doom, industrial, cyber-punk e colonne sonore per videogame. Siamo di fronte a qualcosa di alieno, che non teme il confronto con i giganti del rap sperimentale anglo-americano. L’approccio metatestuale è evidente, con la voce che gioca a rincorrere le basi (e viceversa) e gli arrangiamenti che vengono usati come un pennarello, evidenziando i passaggi salienti delle vicende narrate. Esemplare il tratto finale de "L'osservatore, l'osservatore 1": mediante una serie di scatti il protagonista passa da un disco lanciato contro il muro a una visione prima del proprio intestino, poi del nonno che torna in vita, mentre la base va a carte quarantotto in mezzo a frantumazioni di ogni sorta. Quindi entra un irreale synth numanoide e sentiamo Napo declamare "vedo cose che non esistono". Se tutto ciò non bastasse, il rapping è quanto di più inusuale: cadenza asettica, tono stranito, concetto di flow quasi del tutto assente. Un rap ‘incidentale’, se ci passate il termine.

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