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lunedì 25 maggio 2020

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Recensione : Hatcham Social - You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil

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Titolo: You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil
Artista: Hatcham Social
Etichetta: Fierce Panda
Anno di uscita: 2009
Genere: Indie Pop
Voto: 7,5

 

Postcard Records, Glasgow, dove tutto è cominciato. Una delle scene più prolifiche e influenti sul pop alternativo degli ultimi trent’anni faceva proprio capo alla storica etichetta di scozzese, che ha gradualmente abbassato i volumi e rallentato i ritmi del post-punk britannico, smussandone gli spigoli e inserendovi una dose spropositata di romanticismo, fino a plasmare gradualmente quello che è comunemente chiamato indiepop. I qui recensiti Hatcham Social non sono passati certamente in sordina, proprio perché si rifanno in modo intelligente e non pedissequo ai suoni di casa Postcard, al punto da aver attirato l’attenzione di una delle massime intelligenze del pop britannico, Tim Burgess, cantante dei Charlatans e produttore di questo disco e di alcuni singoli che l’hanno preceduto.
Parlavamo di rimandi all’indiepop primordiale, ed ecco che già dai primi secondi della bellissima “Crocodile” si percepisce lo spettro del mai troppo lodato Edwin Collins (Orange Juice) e della sua voce nasale e impostata. Guai a parlare di emulazione, gli Hatcham Social vantano un volume chitarristico decisamente più abrasivo dei delicati ricami degli Orange Juice, come ci dimostra “Sidewalk”, da qualche parte tra il proto-shoegaze dei Jesus & Mary Chain e il groove ballabile dei Charlatans. Tolta un’altra parentesi zuccherosa (il singolo “So So Happy Making”, che più catchy non si può) è il veleno del post-punk più movimentato a permeare i solchi del disco, quello meno sdoganato (e meno abusato) dei Josef K, che insegnano agli Hatcham Social l’arte di costruire pezzi estremamente acidi e pungenti, ma mantenendo un gusto per la melodia pop e per il ritmo sconosciuto a gran parte dei fenomeni del new wave revival (sentire la gemma di noir-punk “Murder in the Dark” o le sventagliate di “Hypnotise Terrible Eyes”). Giusto per non livellare l’album sullo stesso piano stilistico, ecco tre variazioni degne di nota: la parentesi psichedelica di “Superman”, la teatrale “Jabberwocky” (rilettura post-punk à la The Fall del racconto nonsense di Lewis Carrol) e “Give Me The Gift”, in odore dei Blur più grigi e cupi.
In poco più di mezzora questi esordienti riescono a dare una notevola scossa al pop britannico, interpretando con gusto e personalità alcuni dei modelli meno imitati del pop inglese e sorprendendo con una notevole presenza ritmica. Da tenere d’occhio.

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