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lunedì 21 settembre 2020

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Live Report: Metallica + Mastodon @ Palalottomatica

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Un concerto sold out da mesi.
Uno di quegli eventi da segnare sul calendario, il 24 giugno 2009, che ha visto i Metallica a Roma. Probabilmente il gruppo simbolo del trash metal per antonomasia, che conta su una dote di 100 milioni di dischi venduti in quasi 30 anni di carriera, nonostante sia stato più volte tacciato di venalità.
Il biglietto segnava le 19:00 come orario di apertura dei cancelli, ma la folla di fans e gli stand non autorizzati erano già accampati lì da un pezzo (a giudicare dal tappeto di vetri rotti e la gente brilla già a quell’ora del pomeriggio!). La location è stata duramente contestata prima durante e dopo: è risaputo, infatti, da tempo immemore, che il Palalottomatica gode di un’acustica tutt’altro che buona. E le conferme non hanno tardato ad arrivare.
L’opening act è stato affidato ai Mastodon e Lamb of God, nuove leve della scena heavy, che hanno riscaldato – semmai ce ne fosse stato bisogno – la platea.
I Mastodon, fortemente penalizzati da un audio ai limiti del decoro, inscenano un’esibizione breve e poco coinvolgente, a dispetto delle suggestioni sonore che li contraddistinguono in generale. Rapido cambio di sfondo, ed è il turno dei Lamb of God.
Sui dischi sembrano dotati di una carica devastante, e qui dal vivo se ne ha la conferma: un bel trash metal potente che fa presa sul pubblico, così come la frenesia del cantante che saltella per tutto il palco. La novità è dettata proprio da quest’ultimo elemento. È a 360°. Senza falsi pregiudizi, per avere una struttura del genere, bisogna disporre di un quantitativo di denaro non indifferente, che ai Metallica di certo non manca, così come la soddisfazione di avere da ogni lato fans in delirio. Il tempo vola e l’attesa sale spasmodica. L’atmosfera del Palazzetto dello Sport si accende.
Ore 21:00.
Partono le note dell’ormai consueta The Ecstasy Of Gold di Ennio Morricone, ci siamo: un brivido viaggia sul delinearsi di un’incantevole gioco di luci e laser nell’oscurità; imperversa, intanto, l’intro di That Was Just Your Life. Subito, il secondo estratto di “Death Magnetic” - il primo disco registrato con l’attuale bassista Robert Trujillo - The End Of The Line. Nonostante la novità questi pezzi dal vivo funzionano eccome. In seguito, un primo tuffo nel passato, da “Ride The Lightning” (1984), arriva Creeping Death e partono i cori; poi subito Of Wolf And Man  - da “The Black Album” (1991) e One, scandita da lingue di fuoco nel riff dominante – da “...And Justice for All” con cui “Death Magnetic” ha varie affinità, su tutte, l’irruenza spontanea degli anni ’80. Sequenza appassionante. Tra evoluzioni di luci e fiammate roventi, si proiettano assoli sterminati, rapidi cambi di tempo e squarci melodici. I Metallica paiono esserci ancora, arrabbiati come un tempo. Conclusi i patinati anni ’90, a colpi di riff i Four Horseman riesumano canzoni come Phantom Lord  - da “Kill’em All”(1983) -  per troppo nell’oblio, e l’inaspettatissima Dyers Eye. Si ritorna al presente con le trascinanti Broken, Beat & Scarred, Cyanide e la possente The Day That Never Comes, tutti estratti dell’ultimo disco (come non definirlo un tour promozionale?), ad ogni modo assai gradito.
Pregevole anche la performance della band: non un momento di stasi; grandioso Kirk Hammett nei suoi assoli – in pieno stile eighty così come il suo look elegantemente hair metal – in particolare quello che ha introdotto la struggente Nothing Else Matters. E del sentimento di James Heatfield nel cantarla, come non farne cenno? Apparentemente il più carismatico, che malgrado tutte le critiche, nella dimensione live si ha modo di rivalutare ampiamente. La new entry Trujillo è scalmanata, gira per il palco, suonando a 3/4 e poi volteggia su se stesso, in un delirio collettivo esteso al pubblico del parterre, quando poi è sceso giù, infiammandolo ancor di più a colpi di basso. Meno irrequieto, Sir Lars Ulrich picchiava duro sulla batteria, posta su una pedana circolare - strategica perché dava la possibilità a tutti di vedere. Da ribadire l’efficacia del palco centrale – nonostante la scenografia praticamente assente e i riflettori appesi a bare (di latta) logo storico dei ‘ttalica – che ha visto i Nostri sommersi dal boato dettato dall’incipit di Master Of Puppets, vera apoteosi del concerto. E poi giù con Sad But True – massiccia -  Enter Sandman ed il tributo ai Queen con Stone Cold Crazy. Gran finale con la rabbiosa Seek & Destroy, che ha dato vita ad una battaglia di palloni giganti con il logo Metallica. Ha fatto capolino il lancio di numerosi plettri e spillette che i Four Horseman non hanno esitato a distribuire, con derivante accapigliamento da parte dei presenti. Certo è, che ci vanno a nozze con il merchandising. Assuefatti alla bella vita, escono dal Palalottomatica su una limousine  - con in vetri offuscati - degna delle migliori rock star, impossibile non notarla. Tuttavia, erano anni che i Metallica mancavano da Roma ed è stato un ritorno degno di tal nome, sentito. D’altronde Heatfield l’aveva anticipato “voglio che ve ne andiate via di qui stanchi ma felici”.

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