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sabato 26 settembre 2020

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Recensione Film: Il Messaggero

Peter Cornwell firma un horror prevedibile e controverso, con buoni spunti alternati a clamorose cadute di stile. Mediocre.

20.07.2009 - Valerio Celletti



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Titolo: Il Messaggero
Regia: Peter Cornwell
Cast: Virginia Madsen, Amanda Crew, Elias Koteas 
IMDB: IMDB
Voto: Voto
Dopo aver incassato 55 milioni negli Stati Uniti nonostante la critica lo abbia sostanzialmente snobbato, sbarca in Italia “The Haunting in Connecticut”, distribuito con l'orribile traduzione “Il Messaggero”. Ispirato da uno dei più celebri e fortunati filoni del cinema horror(quello della casa infestata dagli spiriti), Cornwell propone un film che si rivela mediocre, con dialoghi scialbi e una trama piuttosto scontata. La presenza di momenti di tensione costanti e il ritmo serrato con cui si sviluppa la trama lo salvano parzialmente dal disastro: tolti alcuni elementi davvero validi, la presenza di tutti i cliché di questo tipo di horror lo rendono scontato, quasi caricaturale. 

La forza della sceneggiatura, scritta da Adam Simon e Tim Metcalfe, è il fatto di esser tratta da una storia vera. La famiglia Campbell, economicamente e psicologicamente provata dai sacrifici necessari per la malattia che sta consumando il figlio Matt (Gallner), decide di affittare una casa in Connecticut per evitare alla madre Sarah (Madsen) lunghi e faticosi viaggi notturni per recarsi nell'ospedale dove il ragazzo è in cura. La casa sembra un affare, ma solo quando la famiglia inizia ad abitarla si renderà conto che nasconde terribili segreti. La bella palazzina vittoriana era in passato una camera mortuaria e ospitava un giovanissimo medium, Jonah. Jonah e gli spiriti di altri morti inizieranno a manifestarsi scatenando il terrore nei nuovi inquilini, soprattutto in Matt, che scoprirà la storia che la casa cela grazie a un fortuito incontro con il Reverendo Popescu (Koteas), a conoscenza della verità. 

La lavorazione del film è  iniziato nel 2003 dopo che il produttore Daniel Farrands vide un documentario sugli orrori sopportati da Carmen Reed e dalla sua famiglia, che lo colpirono a tal punto che decise di incontrarla: la storia gli apparse così incredibile che ritenne opportuno utilizzarla come soggetto per un film. Il bravo Peter Cornwell, dopo lo straordinario successo del suo cortometraggio Ward 13, fu scelto per la poltrona di regista. 

“The Haunting in Connecticut” appare mediocre nonostante ogni singolo elemento appaia incredibilmente buono o veramente orribile, con virtualmente niente di davvero mediocre. E per questo anche se possa apparire facile cassarlo come “horror mediocre”, la mediocrità è solo matematica perché la varianza dei suoi elementi è enorme. Una nevrastenica oscillazione fra due poli, che produce sostanzialmente un effetto nullo. Un nulla ovviamente deludente.

Nel polo positivo sicuramente troviamo la location, davvero efficace. La scelta della casa era importante perché aveva un ruolo non minore a quello dei suoi protagonisti, e quella designata per “Il Messaggero” ha davvero un volto inquietante: il fatto che sia stata una camera mortuaria, anche inconsciamente, aiuta. Ottime anche le performance della candidata all'Oscar Virginia Madsen, attrice di culto per i fan del cinema horror per la sua performance in “Candyman-Terrore dietro lo specchio”, e sorprendentemente buona anche la prova dei giovani e bravissimi Amanda Crew e Kyle Gallner. Il regista Cornwell inoltre, nonostante non abbia avuto trovate geniali, ha dimostrato di saper posizionare e muovere la camera per massimizzare i momenti di terrore.

Nel polo negativo vanno inseriti sicuramente alcuni dialoghi scadenti, intrisi di retorica e già sentiti. I rimproveri di Sarah a Peter (Donovan) circa il suo eccedere con l'alcool sono banali e stereotipati da sfiorare il grottesco; letteralmente distruttivi anche gli effetti audio e le musiche di Robert J. Kral, che sottolineano il terrore attraverso “la musica che indica quando devi terrorizzarti”. Comparto audio brutto e inefficace non solo perché ridondante e talvolta mal realizzato, ma anche perché danneggia parti del film che sarebbero state potenzialmente più di impatto, telegrafandole troppo. In ultimo, penoso e inutile l'omaggio a Stanley Kubrick e al suo Shining.

Elementi validi, quindi, alternati a giganteschi punti interrogativi. C'è del positivo, ma non è  ovviamente abbastanza per rendere il film raccomandabile a chiunque non sia un fan irriducibile del genere, che probabilmente vedrebbe il film comunque. E' solo il milionesimo horror-clone e per giunta matematicamente mediocre, realizzato da un regista probabilmente più dotato di quanto servirebbe per girare un horror matematicamente mediocre. Il film di genere è difficile per questo, per la difficoltà di trovare delle idee che possano differenziare un film dall'altro, per concepire una storia accattivante e trovare espedienti per renderla davvero convincente, davvero terrorizzante. L'horror è il rock and roll del cinema: se è facile suonare con tre accordi, il rischio che ogni band e ogni canzone assomigli a un'altra e sembri già sentita è enorme, se non si trovano soluzioni atte a fronteggiare il problema. Come in questo caso. 

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