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lunedì 21 settembre 2020

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Pianista francese dal cognome di chiare origini italiane, Michel Petrucciani (1962-1999), nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, a quattro anni, vedendo una sera suonare Duke Ellington alla tv, non sapeva ancora come fosse fatto veramente un piano, o quanti tasti avesse, ma aveva già capito che quello sarebbe stato il suo strumento.
Per fortuna venne accontentato presto dal padre. Dopo avergliene regalato uno giocattolo, visto che “non suonava come quello di Duke”, gliene prese poco dopo uno vero.

A 13 anni risale l’esordio di Petrucciani, da professionista, diciamo, in un concerto in Francia del trombettista Clark Terry che cercava un pianista locale. Tutti gli avevano fatto il suo nome e Terry rimase comprensibilmente sorpreso quando realizzò che ad accompagnarlo al piano sarebbe stato poco più che un bambino.
Ma Michel, uno degli ultimi veri geni post-Bill Evans, dovette abituarsi in fretta alla precocità. La malattia che lo seguiva dalla nascita infatti, l’osteogenesi imperfetta, detta anche “Sindrome delle ossa di cristallo” è di quelle che prima o poi presentano il conto. Consapevole sin dalla gioventù che questa lo avrebbe condotto lentamente alla morte, dopo averne già bloccato la crescita e complicato decisamente la vita, Michel affrontava ogni istante, come spesso succede in questi casi, perlomeno alle persone speciali, con la joie de vivre di chi sa di avere i giorni in qualche modo contati e di doverli spender bene. Chi lo conobbe da vicino lo ha descritto come un personaggio dalle grandi qualità umane, generoso con i colleghi (era solito dividere in parti uguali i compensi) e più che disponibile con il suo pubblico.

Non è della sua malattia però che voglio parlarvi anche stavolta per intristirvi, ma di un fantastico concerto in piano solo tenuto al Theatre des Champs-Elysees di Parigi nel 1994 e raccolto in un doppio cd dall’etichetta Dreyfus Jazz (la stessa per la quale incide da anni il “nostro” Rosario Giuliani, fresco fresco d’un album nuovo: “Anything Else”, niente male davvero).

 

La performance si apre con “Medley of my favorite songs” : 41 intensissimi minuti di Musica che se non potranno mai eguagliare i 26 di Jarrett a Colonia, credetemi, ci si avvicinano molto davvero.
Petrucciani ripercorre con il suo tocco inconfondibile ed una valanga di swing i temi dei suoi brani preferiti, quelli che hanno maggiormente alimentato la sua creatività e fantasia da ragazzo, gli standards dei suoi maestri: Erroll Garner, Oscar Peterson, Bill Evans e The Duke, ovviamente. Michel passa divertito da “Autumn Leaves” a Debussy, a “Take The A Train”, “Maiden Voyage” e tante altre ancora che sono anche difficili da individuare tutte, come volesse dire : “E questa la riconoscete?” . Il pubblico, complice, lo asseconda, scandisce ogni passaggio con scrosci di applausi d’approvazione, quasi incredulo nel vedere quella goffa figura lottare con la tastiera enorme, sproporzionata, spostarsi sullo sgabello per raggiungere le note più alte, rischiando ogni volta di cadere. Ma il “nano” lo fa apposta, gli piace giocare, e non succede. Poi è il momento della dolcissima “Night Sun in Blois”, una sua composizione vagamente ispirata a “Round ‘bout Midnight” di Thelonious Monk, cui nella seconda parte del concerto Michel dedica apertamente un omaggio eseguendo “I Mean You” e la stessa “Round Midnight” appunto. Dimentico “Even Mice Dance” e “Love Letter”, altre due sue fortunate composizioni, allegra la prima, chiaramente più romantica la seconda. Il tutto si chiude con il bis di “Besame Mucho”, chiesto a gran voce dai presenti e non negato, re-interpretazione della famosa ballad, quasi insignificante se suonata da musicisti normali, profonda come non mai quando a suonarla è Petrucciani.
L’eleganza del fraseggio, il senso del ritmo, la potenza delle idee…insomma, c’è poco altro da dire : questo è uno di quei dischi che rendono le persone migliori, che vi piaccia o no.

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