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martedì 26 maggio 2020

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Recensione : Cosmetic - Non siamo di qui

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Titolo: Non siamo di qui
Artista: Cosmetic
Etichetta: La Tempesta-Tafuzzy
Anno di uscita: 2009
Genere: Postpunk – Shoegaze
Voto: 6,5

 

I Cosmetic sono una band di Forlì i cui componenti si nascondono dietro a moniker come  Motobecane PainIII, Roboto, Emilii e Trab. Suonano shoegaze, fanno tributi netti ai Dinosaur Jr., ai Television, ai My Bloody Valentine e, soprattutto, ai Sonic Youth della triade d’oro “Evol” – “Daydream Nation” – “Dirty”. Cantano in italiano, raccontando esperienze spensierate e mai troppo reali. Una cosa certa è che non si prendono troppo sul serio, sanno portare il dovuto rispetto ai loro padri putativi e ai loro ispiratori sopraelencati, senza mancare mai di aggiungere quell’ingrediente segreto che rende le note uniche.
In questo solco, lungo dieci anni di carriera musicale e di vissuto, i Cosmetic hanno inciso con La Tempesta un album veloce e abbastanza breve, diretto, mai noioso e ben suonato. “Non siamo qui” non è troppo shoegaze, non ci sono effetti miscelati alla carlona nell’impeto di voler per forza essere innovatori di un genere che ha raggiunto il suo picco nel già lontano 1991 con “Loveless” dei My Bloody Valentine. Non è troppo Sonic Youth oriented, anche se dopo l’intro di “Né noi, né Leandro” (tra l’altro la migliore del disco) ci saremmo aspettati la voce di Kim Gordon e non è nemmeno post rock, gli Slint, una volta tanto, non li sentiamo per nulla.
La canzone d’esordio “Bolgia celeste” ci fa entrare in questo miscuglio di citazioni che sono i Cosmetic: basso cadenzato molto alternative rock ‘80s ma voce pulita e candida in tipico stile indie italiano. Con “Via Maj” inizia l’ampio utilizzo di pedaliere ed effettistiche, reverberi e compressor: uno speed-gazing molto interessante che mette, rispettando la tradizione, le parole in secondo piano rispetto alla potenza sonora. “Pagine Bianche” ha le note un po’ stonate a là Cocteau Twins; “Ragazzo crudele” mostra l’italianità di questi ragazzi di Forlì, sbandata cantautorale tra composizioni più anglosassoni che tricolori. Ancora tanto postpunk in “Zuffa”, durante la quale è doveroso il pogo sotto il palco nei liveset, in “Carlo ha detto” e in “Crostata”, musicalmente la più interessante di tutto il lotto, in cui la foga dei Sonic Youth si unisce all’effettistica degli shoegazer e ad alcuni accenni di puro twang. La conclusiva “Ogni momento aspetto che arrivi qualcosa a distrarmi” è la giusta conclusione di un lavoro non certo originale ma che lascia godere di buona musica e a tratti di visioni personalistiche di alcuni dei generi musicali (e di band) che hanno fatto la storia del rock degli ultimi vent’anni. 

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