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sabato 18 gennaio 2020

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Recensione : Arctic Monkeys - Humbug

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Titolo: Humbug
Artista: Arctic Monkeys
Etichetta: Domino
Anno di uscita: 2009
Genere: new-wave revival, indie-rock
Voto: 7

 

Se l’album di debutto degli Arctic Monkeys aveva dalla sua "I Bet You Look Good On The Dancefloor", autentico inno (non che il resto fosse male),  il  disco successivo, "Favourite Worst Nightmare", ne riprendeva il sound e lo sterilizzava, tramite una produzione che metteva a tacere anche quel tot di sfrontatezza espressa dalle chitarre ruvide e acerbe dell’esordio. Con un po’ di intuito era però possibile afferrare il problema: troppa luce puntata addosso, troppa la responsabilità sulle spalle di questi giovincelli. Ecco così i primi segni di insofferenza, emersi tramite un side-project di Turner, i Last Shadow Puppets, che nel 2008 hanno pubblicato “The Age Of Understatement”, pesantemente influenzati da Scott Walker e dal baroque-pop anni Sessanta. L'album non era forse un capolavoro, la produzione è anzi del tutto fallace (simili marce orchestrali avrebbero bisogno di maggiori spazi fra i suoni, non di quella dannata patina tirata a lucido), ma le canzoni erano ben concepite (tant'è vero che su Youtube potete rintracciarne versioni acustiche molto più convincenti). L'opera metteva dunque in luce un cambiamento impressionante e rappresentava un chiarissimo segnale: non volersi ripetere. “Humbug” non fa che portare una volta per tutte a compimento quel desiderio, con Turner impaziente di mostrare una rigogliosa maturità d’autore, lasciando del tutto alle spalle i vecchi Arctic Monkeys.
Sin dal singolo “Crying Lightning” si intuisce quanto il suono sia più cupo, meno baldanzoso, con ritmi mediamente più lenti del solito (seppure scanditi e chiassosi), più introspezione e cura per i particolari, ma senza patina, anzi i graffi ci sono e pesano, grazie alla produzione compatta e monolitica di Josh Homme. Trovare un precedente all’operazione non è semplice. Bisogna tornare indietro sino a “After Murder Park” (1995), capolavoro degli Auteurs e fra i più grandi dischi dell'epopea brit-pop: lì il sound ruvido e americano di Steve Albini veniva messo a servizio delle visioni di Luke Haines (scrittura tipicamente british, atmosfera decadente e interpretazione dandy), dando come risultato il disco che probabilmente più di ogni altro fuse gli animi indie-rock delle due sponde dell'Atlantico. Gli Arctic Monkeys rifanno ora qualcosa di simile, con Josh Homme a fornire questo perverso, imponente, ossessivo suono di basso e chitarre, mentre la struttura dei brani e l'interpretazione di Turner mantengono il loro gusto tipico: ci ritroviamo così di fronte a un piccolo abbecedario di rock chitarristico.
Pretty Visitors” è un assalto velocissimo e multiforme, che cambia pelle fra tempeste di batteria, ghirigori di organo elettrico e stilettate hard-rock: è però l’unico pezzo anfetaminico dell’album, laddove persino “Potion Approaching”, pur partendo e terminando di gran carriera, rallenta notevolmente nell’intermezzo. Nel resto dei brani si fa spesso ricorso a un passo marziale, allo scopo di sottolineare il suono desertico voluto da Homme, adatto a immagini da frontiera americana tanto in brani pacati come “Secret Door” e “Cornerstone”, quanto in momenti più duri come “Dangerous Animals” e “My Propeller”.
Se il successo di pubblico sarà minore rispetto alle operazioni precedenti (per quanto lusinghieri siano il numero 1 in Inghilterra e il 15 negli USA), l'importanza e il coraggio di “Humbug” non si discutono.

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