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Recensione : Agony Way - For Rent

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Titolo: For Rent
Artista: Agony Way
Etichetta: Wynona Digital
Anno di uscita: 2009
Genere: Punk - Rock
Voto: 7

 

È sempre piacevole scoprire nuovi gruppi, specie se ci sanno fare. È il caso degli “Agony Way”, band di juniores che sembrano più uscire da un college americano che da una realtà torinese. A dispetto del loro nome (forse coniato in tempi bui?) sembrano tutt’altro che sulla cattiva strada, anzi, in diretta ascesa. La loro proposta musicale è di facile ascolto: suoni puliti, semplici, che si avvalgono di una sola chitarra (Mauri). A tratti paiono richiamare i primi Green Day e i Weezer ma tuttavia, Diè (voce), Poli (basso), Mario (batteria) e Mauri non fanno menzione di nessuna band in particolare come proprio modello ispiratore, definendo la loro musica essenzialmente “punk rock, o alternative per chi vuole". Alle spalle hanno un Ep (“Warning Agony Way”) del 2007 con il quale attirano l’attenzione e che ottiene un discreto successo; un paio di anni dopo replicano con “For Rent”, d’imminente uscita. Sette brani (registrati nei primi mesi del 2009 presso il OneWay Studio, a soli 25 minuti da San Francisco) in cui si combinano varie influenze (dagli American Hi-fi ai Foo Fighters, passando per i Blink 182) e si alterna un registro veloce ("The Quick Brown Fox", “32”) ad uno più melodico ed orecchiabile (“Don’t to worry”, “NYC” – chiaro omaggio alla Grande Mela). Ritmiche serrate, intagli vocali contro cui replicano cori giovanili in perfetto american style.
È questo infatti il territorio su cui i ragazzi si muovono: ad iniziare dalla registrazione più che professionale, si dimostrano abili nel forgiare atmosfere vivaci, senza troppi fronzoli.
Gli Agony Way hanno risorse creative riscontrabili soprattutto nel gioco melodico di hardcore e punk, in cui s’insinua quel timbro vagamente screamo di Diè, che sorge come una ciliegina sulla torta. Dopo il dessert c’è l’amaro, che arriva puntuale con la quinta track-list “Dunzo”:un rock d’impatto, preludio della successiva “Saturday Morning”, più raffinata a suo modo, e la conclusiva “A Terror Street” che s’impone per l’adrenalinica prestazione con cui si giunge all’epilogo. È evidente che molti brani di questo disco vengono percepiti alquanto orecchiabili; ma non sempre la familiarità immediata ha un’accezione negativa, anzi: è un sound radio friendly ben realizzato ma che non è per l'appunto commerciale. Forse negli Stati Uniti verrebbero etichettati come tali, visto che l’universo sub-urbano (e non) statunitense pullula di gruppetti fatti con lo stampino, con un’offerta musicale alquanto ripetitiva ed uniforme, che sull’onda di un paio di singoli di successo (se non addirittura di album) vengono spremuti allo stremo (in termini di vendite), salvo poi dileguarsi, una volta calata l’attenzione. Comunque, la parentesi sopra riportata sembra non interessare la band, perché innanzitutto spazia in una dimensione ben diversa culturalmente dal panorama yankee. Anche se probabilmente il disco in questione non spiccherà per originalità o picchi di bravura tecnica, risulta assai godibile – avvalendosi di sonorità accattivanti, particolarmente adatte per un pubblico tipicamente adolescenziale, così come lo sono ancora i componenti della band -  nel rappresentare un ottimo concentrato di rock alternativo.

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