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Recensione : The Flaming Lips – Embryonic

11.10.2009 - Edoardo Iervolino



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Titolo: Embryonic
Artista: The Flaming Lips
Etichetta: Warner
Anno di uscita: 2009
Genere: Neo-Psychedelia, Experimental Rock
Voto: 8,5

 

Ad un certo punto della vita credi di essere pronto a tutto, hai la presunzione di averne già viste abbastanza per non rimanere più sorpreso come un bimbo davanti alle cose che la vita ti para davanti. Il sottoscritto non avrebbe mai pensato di trovarsi all’improvviso a piangere lacrime nostalgiche nel buio della sua stanza, poco prima di addormentarsi. Ritornare, solo con l’aiuto di poche note, ad essere un piccolo imberbe, ingenuo e sensibile: l’effetto “regressione infantile” è stato procurato, inaspettatamente, dal nuovo album dei The Flaming LipsEmbryonic
La band di Wayne Coyne è originaria di Oklahoma City, città americana dagli imponenti grattacieli bianchi a vetri riflettenti, attiva dal 1986 ed esponente famoso nel mondo della corrente neo-psichedelica, una delle vette insieme a Mercury Rev, Spacemen 3 e Animal Collective. Il loro sound è sempre stato indiscutibilmente originale ma spesso eccessivo, tronfio, autoreferenziale e in alcuni casi poco a fuoco (soprattutto i dischi del primo periodo). Erano compositori fuori di testa, sconnessi dal resto dell’umanità e si sono affermati per qualche tempo, dopo aver creato una loro nicchia d’ascoltatori, con i loro suoni pungenti, affilati ed onirici. Ma nel 1996 il loro noise pop conquista attenzioni grazie al brillante “Clouds Taste Metallic “. Ma è nel 1999 con “The Soft Bulletin” che iniziano a trovare coordinate sonore più immediate, timbriche più usuali e un suono più “umano”: rompono gli argini della “nicchia” del noise pop e diventano famosi in tutto il mondo abbracciando lidi più prettamente dream pop. La conferma di pubblico arriva con il successivo “Yoshimi Battles the Pink Robots”, meno bello del precedente, caratterizzato da  sfumature indie rock e qualche accenno di neo prog.  Poi un paio di album deludenti, confusi, evidentemente sfuggiti di mano allo stesso Wayne Coyne nel frattempo indaffarato a costruirsi una carriera solista.

Questa è la premessa a “Embryonic”, nuovo lavoro dei The Flaming Lips, certamente una delle migliori uscite di quest’anno. L’album è un doppio, sognante e lascivo, pieno del materiale più cinematografico che si sia mai sentito: una serie di incompiuti (embrioni, appunto) che formano un universo a sé stante, magnetico e privo di logica. E’ una colonna sonora senza necessità di un lungometraggio, un film in cui la trama cambia tutte le volte che lo si vive. Sì perché le atmosfere contenute in “Embryonic” non si contemplano freddamente, si introiettano e si fanno esplodere nel cervello, nella zona dei ricordi remoti. Un incredibile caleidoscopio di rumori, suoni, voci, pizzicate ritmiche di chitarra e metronomici pattern di batteria: flash continui di vita vissuta si uniscono a ritmi pseudo jungle. Una jam session che sembra un flusso di coscienza. E’ come se i Talking Heads di “Remain in Light” si fossero fusi ai Deerhunter, agli Slint e agli Oneida meno scatenati. “Embyonic” è “Doremi Fasol Latido” degli Hawkwind  quasi quaranta anni dopo. Le tracce più significative sono “The Sparrow Looks Up At The Machine”, ritmatissima cavalcata acid dream tra elettronica e krautrock; la placida ed aliena “Evil”; la cascata di note stridule di “Aquarius Sabotage” che è il perfetto esempio di hard dream pop e della profonda incoerenza musicale, vero fattore di unicità dei The Flaming Lips; il singolo “See The Leaves” annuente e groovy come poche altre. Vero miracolo è però “I Can Be a Frog” (cantata con Karen O degli Yeah Yeah Yeahs), delicatissima canzone che, nonostante il testo banalissimo, trasmette sensazioni di reale emozione, specchio di un’intimità persa con qualche persona ormai lontana e di un tempo che, con tutta probabilità, non tornerà più. E’ una canzone meravigliosamente ingenua: è arte alla sua massima estensione; è “regressione infantile”, come dicevamo all’inizio. E in questo periodo dove per fare colpo sull’ascoltatore si deve ottenere il bollino dell’ “Advisory” sulla copertina non è certo poco. Il disco, immaginifico, fila liscio, facile, mai noioso nonostante il ritmo placido e le dolcissime fughe di approccio neo-psych.
Embryonic” crea uno stato di dipendenza totale e non si riesce a stare senza ascoltarlo per più di mezza giornata e, considerando che è un doppio album da un ora di ascolto, non è poco. A questo aggiungete l’elevatissimo livello di tecnica esecutiva e un missaggio limpido e coerente con lo stile musicale onirico dei The Flaming Lips. I testi descrivono un mondo scarno, idillio naturale e dolce sofferenza, sperimentali come la musica che accompagna.
Ora risento “I Can Be a Frog” e torno, giulivo, a cogliere alcuni ricordi del passato remoto ormai spenti. Più che un disco un miracolo.

 

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