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sabato 26 settembre 2020

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Verdena – Live @ Laghetto EUR

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Premessa:
Ogni concerto ha una storia a sé. Questo dei Verdena ne ha una un po’ particolare: mi spiego meglio. Nella mia vita di serate spese a pogare, a scuotere il capo, a godere di ottima musica ne ho passate tante. Dai King Crimson ai Deep Purple, dai Jethro Tull a Scott Henderson, dagli Afterhours ai Korn, dagli Iron Maiden a Ben Harper: tutte le serate sono diverse fra loro. Non è la compagnia che ti porti dietro a fare la differenza, non è la location: è l’ambiente.

Ore 20,40.
Fa caldo, l’umido ti appiccica a bestia la maglietta alla schiena. Gli alberi del Laghetto dell’EUR fanno quel poco d’ombra che alle 20,40 rende l’aria finalmente respirabile. Il cielo finalmente si è aperto. C’è solo un piccolo problema: mi sento un po’ fuori posto. Ebbene, alla mia veneranda età di 21 anni da compiere, sono quasi sicuramente il più vecchio del pubblico sotto il palco. 14, 15 massimo 17 anni: tutti i licei della zona Vivona, Massimiliano Massimo, Seraphicum, Magnum, Plauto (e chi più ne ha più ne metta) sono perfettamente rappresentati. Sembra una gita del liceo. Nessuno fuma, nessuno beve, anzi: qualche genitore si affaccia timido da dietro le cortecce per controllare i loro pargoli.

Inizio a fumare e bere per contrappasso.

Ore 21,15.
La folla si infittisce. Arrivano finalmente quelli più grandi di me. La Lottomatica (il cui palazzotto sta a cento metri da noi) sta perdendo. La compagnia inizia ad essere in trepidante attesa dell’uscita dalle quinte dei musicisti. Inizia a levarsi la consueta cappa di fumo pre concerto. Mi sento un po’ più a mio agio.

Ore 21,45.
Qualche buontempone davanti si è alzato e, di conseguenza, pure gli altri dietro. Perché? Iniziamo a stancarci un pochino. Insomma ai Verdena vogliamo bene, li abbiamo già visti dal vivo e sappiamo che sono molto bravi, ma insomma…

Ore 22,40.
Inizia il concerto. Un ora e dieci di ritardo.

Alberto, Luca e Roberta cominciano la loro danza. Il “fiume” umano inizia a dimenarsi.
“Mina”: non ci aspettavamo un inizio così languido e tranquillo. Il crepuscolo inizia a terminare. Le note diventano tutt’uno con l’orizzonte. Gli ultimi raggi si riflettono sul palazzo dell’ENI che domina il quartiere.

Ore 22,45
I Verdena si confermano dei veri e propri barbari del palco. “Il Gulliver” ci fa capire come siano capaci a gestire le ritmiche e quanto siano cresciuti nella ricerca sonora.

“Requiem” dal vivo è catalizzante. Inizia il pogo. I bambini che erano davanti e che prima facevano i gradassi iniziano poco a poco ad arretrare. Il pogo diviene selvaggio.
(“Everybody let’s Roooock/ Everybody gets druuunk”)


“Don Calisto” mi fa entrare in crisi. Mi butto per un po’ nella mischia. Una stampellona di un metro e novanta mi chiede di stare calmo. Si allontana.
I Verdena si sono incattiviti: li avevo sentiti nella tournee di “Il suicidio dei Samurai” ed erano molto più domabili.
Una “Isacco Nucleare” al fulmicotone e “Muori Delay” si uniscono perfettamente con la magnifica “Starless” (da “Solo un grande sasso”) e con il classico “Valvonauta”. “Trovami un modo semplice per uscirne” si sposa con “Spaceman”, “Sotto prescrizione del Dott.Huxley” fa uscire fuori di testa un po’ tutti.
A “Logorrea” e “Phantastica” non seguono né “Elefante” né “Glamodrama”, peccato.

Eletti i nuovi cavalli di battaglia dal vivo: “Was?” diventa un teatrino per le doti, veramente immani, di Luca alla batteria, e “Non prendere l’Acme, Eugenio”on stage è una vera coltellata nella schiena.

Buon concerto, buoni musicisti, buon pubblico che tra gli altri annoverava svariati colleghi di Roma III.

Che l’Italia si sia, finalmente, resa conto delle proprie possibilità?

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