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giovedì 01 ottobre 2020

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Recensione: Port Royal - Dying In Time

20.10.2009 - Gabriele Baldaccini



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Titolo: Dying In Time
Artista: Port Royal
Etichetta: Sleeping Star
Anno di uscita: 2009
Genere: Ambient-Dance
Voto: 7

 

Si rimane assopiti, sconcertati, ammutoliti dopo il primo approccio con “Dying In Time”. Sembra che tutto quello che si è ascoltato fino a quel momento (e non parliamo solo di musica, ma di tutto ciò che è possibile ricevere auricolarmente dal mondo che ci circonda) sia superfluo e senza alcun valore. Ripetendo gli ascolti le cosa cambiano decisamente. Ma quel senso di straniamento che, al primo impatto, solo questi ragazzi di Genova sembrerebbero saperci veicolare, rimane una cosa più unica che rara.

Già “Afraid To Dance” (uscito nel 2007) ci aveva fatto rimanere ammaliati dalle energiche e allo stesso tempo rilassanti atmosfere che sapeva profondere, ed era appunto così che ci invogliava a bramarne un seguito.

Ora, avrete capito che si tratta di un’opera che ha qualche difetto: anzi forse un solo difetto, ed è quello di aver assimilato di nuovo, in maniera forse un po’ troppo massiccia, un’identità da post-rock che fu, che per nostra fortuna viene però ben mascherata da una facciata consistentemente più  “moderna”. La sensazione è di aver di fronte un lavoro che cerca una via più spontanea rispetto ai precedenti, ma che poi rimane invischiato in un accademismo che rischia di eliminare anche gli spunti più fantasiosi e creativi. Ma del buono c’è, eccome. Gli episodi più interessanti ,infatti, sono proprio quelli che sono stati concepiti divincolandosi dall’avere una mentalità  che potremmo definire da proto glitch-music: su tutti  possiamo citare “I Used To Be Sad”, bocciolo ambient che si dischiude rilasciando fluidi di techno-pop corroborante, “Susy: Blue East Fading”, delicata glitch-pop song dalle nervature spaziali, e “Balding Generation (Losing Hair as We Lose Hope)”, brezza electro kraftwerkiana che si rafforza in una soffice bufera dalle sferzate house.

Insomma, tutto ciò ci lascia un po’ con l’amaro in bocca, soprattutto pensando che le potenzialità  (e lo abbiamo notato in maniera più accentuata nel precedente “Afraid To Dance”) ci sarebbero: sperare che si attuino totalmente è un augurio che facciamo a loro e a noi.

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