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Recensione : Walter Marocchi Mala Hierba - Impollinazioni

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Titolo: Impollinazioni
Artista: Walter Marocchi Mala Hierba
Etichetta: Ultra-Sound Records, Working Bee
Anno di uscita: 2009
Genere: jazz rock
Voto: 8

 

Tipo eclettico, il Walter Marocchi: chitarrista (suona da più di dieci anni negli Anacondia, band progressive-rock) compositore (per il suo Mala Hierba, quartetto etno-jazz-rock), film editor (vanta lavori per artisti quali Adriano Celentano, Jovanotti, Ezio Bosso) ed altro ancora, “ma nonostante tutto questo non è ricco”.
È la realtà dei giovani musicisti non alla mercé di tutti, per quanto assai stimati.
Alla guida dei Mala Hierba - ensemble di giovani strumentisti provenienti da varie esperienze musicali aventi in comune la libertà espressiva, l’emotività e un’audacia di fondo che li vede discostarsi da altri progetti sperimentali – regala un’opera prima ufficiale, densa di armonia e di ibride sonorità.
In effetti, già il titolo - “Impollinazioni” – appare alquanto esplicativo: su una base jazz – terreno fertile di questi bandisti  - si spazia in maniera assolutamente autonoma tra i vari generi, fra suoni rock, tango argentino, musiche etniche e latine.
Un esperimento ben riuscito, ambizioso ma senza picchi di "hybris", che fa affidamento alla sola destrezza degli esecutori: Fabrizio Mocata (pianoforte, piano elettrico, tastiere, melodica), con importanti collaborazioni jazz alle spalle; Carlo Ferrara (basso elettrico e fretless) toccando gli universi dal blues al funky, al jazz e rock, si delinea come uno tra i pochi in Italia ad usare un basso a 10 corde; Stefano Lazzari (batteria e cajon) il quale ha, negli ultimi anni, approfondito lo studio del flamenco applicato alla batteria e del cajon, strumento a percussione.
Il disco contiene undici brani - interamente strumentali - che si distinguono per versatilità ed abilità tali da descrivere una sorta di viaggio (melodico) che, partendo dai navigli milanesi – sfila per i “bordelli parigini,i fumosi jazz club newyorchesi”, i bagni turchi e le favelas brasiliane – arriva sino in Argentina: un’ora circa che scorre veloce attraverso influenze latine, sonorità elettriche, atmosfere ora più pacifiche ora malinconiche e tormentose.
L’incipit è affidato ad “Entrada”, ballad nostalgica cui senza indugio fa seguito “Giù le Mani da Cuba”, perfetto connubio tra groove e ritmi latini, in cui l’evoluzionismo geometrico della chitarra di Marocchi fa da padrone.
“Montesinos” si avvia con un arpeggio molto soft e, in un crescendo assai ben strutturato, và verso situazioni raffinate, immensamente jazz.
Di contrasto al clima trasognante appena lasciato, giunge la vivace “Ciriò”, assembramento in chiave swing dal retrogusto acido, che forse, verrebbe apprezzata più in una sede live – avendo le fattezze di una jam session – piuttosto che su registrazione.
Seguono le percussioni del cajòn di Lazzari -  in “Grenouille” -  cui fanno eco le chitarre al flamenco di Marocchi e la melodica di Mocata; degna ouverture per “La Boda”, mentre imperano ancora atmosfere soffuse, talvolta trafitte da distorsioni (di chitarra).
Rapide -  a ritmo di piano e guitar -  fluiscono “Caduto dal Cielo” (dal tipico sound americano), l’impenetrabile “Soluzioni”, “Certa Gente” e l’intervallo gypsy-jazz di “Manina” sino alla conclusiva “Elettrotango” dai toni multietnici, che riassume un po’ tutta la filosofia dell’album.
Album che, d'altra parte, risalta proprio per la sua soggettività, resa tale grazie alla padronanza dei singoli componenti che – raggiunta quella maturità tecnica -  riescono a far fronte a stili diversi senza stravolgerli ma anzi, combinandoli sapientemente.
Raccomandato a musicofili incalliti alla ricerca di nuove sperimentazioni e, in particolar modo, a giovani musicisti (non) in (Mala Hi)erba.

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