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lunedì 06 aprile 2020

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Recensione : Piano Magic - Ovations

26.10.2009 - Matteo Losi



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Titolo: Ovations
Artista: Piano Magic
Etichetta: Make Mine Music
Anno di uscita: 2009
Genere: Darkwave, Post Rock
Voto: 7

 

Glen Johnson è un esploratore, lo si sapeva già. E’ anche un geniale archeologo, ma pure questa non può certo dirsi chissà quale informazione top secret; quel che non era ancora percepibile, semmai, era quanto lontano (che poi vuol dire indietro e/o lateralmente) l’avrebbe portato la sua indole revisionista. “Ovations”, decimo album in studio dei Piano Magic, chiarisce la direttiva e, così facendo, parte già graziato. Sì, perché se impugni il corno “d’ordinanza” e chiami all’adunata un mostro sacro come Brendan Perry e il suo compare Peter Ulrich, stai pur sicuro che un sacco di gente – specie i nostalgici wave della prim’ora, quelli che venerano il logo 4AD e che su pin-up incorporee del calibro di Lisa Gerrard ci facevano sogni bagnati – ti seguirà.
Manco a farlo apposta, il marchio “etereo” di casa Dead Can Dance ti viene spiattellato in piena faccia sin dall’iniziale (bellissima) “The Nightmare Goes On”: droning epico, il baritono vellutato di Perry a troneggiare su tamburi arabeggianti, cori d’oltretomba, archi in ostinato, note d’organo poi cristallizzate in brina di synth. Un gioiello, nonchè manna per tutti i figli delle tenebre rimasti a riposo a testa in giù, per anni e anni, nella più completa indolenza post-puberale. L’alchimia sonora del duo sboccia, in seconda battuta, nei sapori “world” di “A Fond Farewell”, per poi esaltarsi letteralmente su “March Of The Atheists”, de profundis in perfetto equilibrio fra la “passione” di Peter Gabriel e i PIL zingareschi di “Flowers Of Romance”. Come purpuree braccia di donzella che emergono dall’ombra che tutto avvolge e tutto cela, la poetica dell’inedito Johnson raggiunge, in questi tre episodi, lo zenith in quanto a raffinatezza e quoziente tenebroso (Olè!).
Tutto bene, dunque? Finora sì, se si chiude un occhio su un momento eufemisticamente “debole” quale “La Cobardia De Los Toreros”, di una pochezza insostenibile. In realtà – e qui viene la nota dolente – “Ovations” è molto più vario di come vorrebbero farlo apparire ammiratori e detrattori: dall’electro industriale di “On Edge” al gothic cameristico di una “You Never Loved This City” tutta pianoforte e violoncelli, qui dentro c’è il (solito) condensato degli ‘80s più dark, quello già “manipolato” in capolavori come “Disaffected” o l’ancor precedente – e non meno bello – “The Troubled Sleep Of Piano Magic”. Incredibile a dirsi, è proprio in suddetto versante che il pugile Johnson, stavolta, viene messo alle corde: poca sostanza, ripetitività, già sentito. Prendete canzoni come “Recovery Position”, “The Blue Hour” e “The Faint Horizon”: oltre a sfoggiare l’abituale elenco di declinazioni wave che a forza di ripercorrerlo viene l’orticaria (Joy Division, Chamaleons, The Cure, etc.), non hanno cartucce nel caricatore.
Ma poi avete presente Klima, la cantante “rea” d’aver graziato, con la sua pasta vocale trasparente e dolcissima, tante (eppur sempre troppo poche) gemme della band? Ecco, ora è stata promossa a membro effettivo ma, per qualche strano motivo, la sua presenza risulta ancor più defilata che in passato. La si può ascoltare, come seconda voce, solo nella conclusiva “Exit”, tappeto minimal screziato da crepitii elettronici, appena redento dalla chitarra evocativa di Johnson. Un po’ poco, consentitemelo…
Sono diverse, insomma, le perplessità che accompagnano l’ascolto di “Ovations”. Resta apprezzabile la volontà di non replicare all’infinito “Disaffected” (per fortuna si è rimasti al primo – brutto - clone, cioè il “Part Monster” di un biennio fa), così come è da elogiare l’eccellente fattura di diversi episodi del lotto, guarda caso quelli più affini alle sonorità del “morto che balla”. Voto? Un 7, arrotondando per eccesso, perché qui non ci si scorda degli amici che, nell’averci fatto stare così male, ci hanno voluto più bene di chiunque altro.

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