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Recensione : Former Ghosts - Fleurs

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Titolo: Fleurs
Artista: Former Ghosts
Etichetta: Upset the Rhythm
Anno di uscita: 2009
Genere: synth-pop, dark-wave
Voto: 7

 

Former Ghosts è un trio dark/synth-pop formato da Jamie Stewart (Xiu Xiu), Freddy Ruppert e dalla cantante Zola Jesus, già impegnata in un progetto solista. Un supergruppo quindi, o se vogliamo attenerci all’estetica del progetto, un assemblaggio posticcio e rugginoso di tre anime saldate insieme dalla passione per la dark wave e dall’uso dell’elettronica più sporca. “Fleurs” infatti si nutre del post-punk metropolitano dei Joy Division e delle scorie del rock industriale, sfoderando synth affilatissimi, atmosfere lugubri da impianto industriale abbandonato e voci distorte, inumane, simili a lamenti di robot in avaria.
Proprio quest’ultima caratteristica è la croce del disco: le voci suonano canoniche, telefonate, maldestre e troppo esplicite nelle loro continue auto-flagellazioni; incapaci peraltro di schiodarsi dai loro modelli (Ian Curtis per Ruppert, Siouxsie Sioux per Zola Jesus).
Parti vocali a parte, le canzoni sono un grandissimo sentire, soprattutto la spastica “Mother”, che rispolvera l’arsenale sintetico e ritmico degli Xiu Xiu e ci riporta ai fasti dell’originalissimo debutto della band californiana. La forza di questo brano – e di tanti altri della raccolta – è questo continuo oscillare tra cacofonia e melodia, tra tiro ritmico e aperture atmosferiche gotiche, unendo tormento esistenziale e piacere nell’ascolto. Si passa dalle ninnananne agli incubi (“Dreams”, la sparo grossa: una risposta gotica ai Bloc Party più pop?), dalle litanie più tetre (“Unfolding”) alle pop-song più sgraziate e deturpate (la title-track), e si finisce per maneggiare una materia quasi dark-ambient in “Choices”.
“The Bull and the Ram”, epica, tribale e solenne innalza il livello del disco. Sembra di sentire dei Banshees in chiave industriale, con quelle percussioni rotonde e quell’alone spettrale in sottofondo. A fine ascolto rimane una sensazione che unisce mistero, paura e purezza, come nei migliori brani della band di Siouxsie; nemmeno l’interpretazione dozzinale e strillona di Zola Jesus riesce a rovinare questo classico.
Un lavoro con luci e ombre (più le prime che le seconde), che delizierà gli amanti del suono dark e dell’elettronica più graffiante.

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