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martedì 31 marzo 2020

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Recensione : I Melt - Il nostro cuore a pezzi

09.11.2009 - Sebastiano Angelini



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Titolo: Il nostro cuore a pezzi
Artista: I Melt
Etichetta: La Tempesta Dischi
Anno di uscita: 2009
Genere: Indie Rock
Voto: 7,5

 

Un cuore frantumato in tanti pezzi che battono come se fossero ancora uniti. Se si volesse descrivere questo nuovo lavoro dei Melt partendo da un'interpretazione del titolo, questa similitudine risulterebbe senz'altro calzante.
Giunti ormai al loro quinto album ufficiale e dopo aver collezionato collaborazioni importanti con Giorgio Canali, Tre Allegri Ragazzi Morti e Derozer, il trio torna sulle scene con "Il nostro cuore a pezzi", un album più maturo, malinconico e arrabbiato rispetto al precedente "L'intonarumori".
Non manca di certo la voglia di approdare in nuove spiagge musicali e nemmeno quel sentimento di continua inadeguatezza davanti al mondo che spesso pervade le loro canzoni, unito alla consapevolezza dell'opprimente presenza di qualcuno più in alto che cerca in ogni modo di soffocare il pensiero e l'indipendenza di chi, indipendentemente dalla propria volontà, è costretto a stare sotto.
Il risultato è uno splendido, vario e trascinante miscuglio. 12 tracce in cui i tre vicentini saltellano allegramente tra pezzi punk, brani rock dalle influenze tipicamente british e ballad acustiche e commoventi. E non solo: dimostrano anche di saperlo fare bene, evitando agilmente il rischio di passare da un'estrema originalità e versatilità ad un amorfo groviglio di generi.
Si parte con la veloce apertura dell'ottima "Anidride", per poi passare alla ballabile e vivace "La bella bambina", che strizza l'occhio al british-rock. La title-track "Il nostro cuore a pezzi" si snoda attorno a cambi di ritmo e chitarre stonate, per poi lasciare esplodere senza freni il punk di "Raccontami il tuo inverno". Quest'ultima compone la parte più dura e aggressiva dell'album assieme all'impetuosa "Varano di Komodo", alla stridente "Ferragosto" e al noise pungente di "Conforme al tempo". Il lato più intimo e riflessivo del gruppo emerge invece dalla disperata rassegnazione di "Non mordo più", con la sua accoppiata di voce e chitarra acustica, e dalla splendida "L'ultima stella sopra Francoforte", piccolo gioiello che chiude degnamente quello che è un ottimo album.
Riuscire ad amalgamare canzoni dalle influenze così diverse non sarebbe semplice se dietro non ci fosse un profondo e complesso sentimento comune: la difficoltà dell'affrontare una realtà banale e superficiale, inconciliabile con i pensieri, le delusioni, le paure e le incertezze di chi non si vuole rassegnare ad occupare il posto che qualcun altro gli ha assegnato. Le canzoni abbracciano chi ascolta, diventano parole per i pensieri a cui a volte è difficile dare forma, sanno esprimere ciò che spesso non si riesce ad accettare. E' questo uno dei punti forti di questo album: sa fare della inconciliabilità col mondo un motivo di rivalsa e non di vergogna. Ma la cosa importante é che lo sappia fare con sincerità, senza essere banale, senza autocommiserazione.
In fondo un cuore a pezzi non è necessariamente un male, se ogni pezzo ha qualcosa di buono da dire.

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