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lunedì 06 aprile 2020

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Recensione : Julian Casablancas – Phrazes for the Young

15.11.2009 - Daniele Bagnol



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Titolo: Phrazes for the Young
Artista: Julian Casablancas
Etichetta: RCA
Anno di uscita: 2009
Genere: Indie Pop, Alternative Rock
Voto: 6,5

 

Amarcord.  Sembra passato chissà quanto tempo dall’ultimo lavoro dei newyorkesi Strokes, eppure si tratta di soli tre anni, ma la loro mancanza si inizia a far sentire, soprattutto dopo vari progetti solisti di alcuni membri della band. Mancava proprio lui, Julian, il leader carismatico. Nonostante i vari indizi, non è però arrivato il momento della svolta secessionista, ma solo di una di quelle tanto screditate “pause di riflessione” che in alcuni casi possono anche fare bene. Perché questo è un album particolare, sperimentale quasi, nel quale Julian ritorna alle sue influenze adolescenziali tra Doors, New Order e Velvet Underground e si lascia trasportare da esse per sentirsi libero di esprimersi; ad un ascolto superficiale viene naturale associarlo al periodo d’oro dei primi Strokes, un sound accattivante, veloce, potenti riff e quella voce semi urlata che lo fa immaginare barcollante sul palco di fronte ad un microfono e con l’ennesima pinta di birra in mano: banalmente niente di più rock. Ma ascoltandolo con attenzione c’è dell’altro, e molto anche: via tutti gli schemi, "11th Dimension" risulta essere uno specchietto per le allodole, in circolo già qualche settimana prima dell’uscita di quest’opera prima eighties fino all’osso, che attira e cattura a tal punto che dopo un paio di ascolti sembra già di riconoscerne ogni singola nota.
"Out of the Blue" e "Left & Right in the Dark", che insieme a "11th Dimension" sono le prime tre canzoni dell’album, rappresentano le più strokesiane, con tastiere in primo piano stile fine seventees; da qui inizia la svolta musicale, quasi confusionaria, apparentemente senza un vero e proprio filo logico. Perchè il fatto di essere diventato una delle icone del rock americano – e non solo - di questi anni zero gli dà la sicurezza di poter osare e spingersi oltre. "4 Chords of Apocalypse" diventa una sorta di spartiacque, una linea di confine che viene attraversata temporaneamente: ballata lenta pronta ad accelerare in qualsiasi momento ma alla fine rimane abbastanza statica, nella quale l’unica cosa che cresce è la voce mentre le chitarre si fanno più insistenti, per arrivare poi anche a canzoni stile country con annesso utilizzo del banjo ("Ludlow St."). Canzoni lunghe, forse troppo, che superano i 5 minuti ciascuna. "River of Brakelights" ritorna ad essere veloce a sufficienza, leggermente in stile strokesiano, ma con la voce che resta spesso in secondo piano per lasciare ampio spazio alle chitarre. "Tourist" invece, ottava ed ultima traccia del disco, ha un sound malinconico per poi crescere di spessore, ad indicare che il viaggio si sta concludendo, ma l’esperienza, quella sì, rimane impressa.
Per gli amanti del genere è sicuramente un piacere ascoltarlo, una sorta di aperitivo per il prossimo disco degli Strokes la cui lavorazione, a detta dello stesso Julian in varie interviste, inizierà dai primi mesi del prossimo anno. Perché in fondo il turista potrà anche viaggiare in capo al mondo, ma rimane sempre legato alle sue origini.

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