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Recensione : Them Crooked Vultures - Them Crooked Vultures

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Titolo: Them Crooked Vultures
Artista: Them Crooked Vultures
Etichetta: RCA
Anno di uscita: 2009
Genere: Rock. Hard Rock
Voto: 7,5

 

John Paul Jones, Josh Homme e David Grohl. Come dire Batman, Spiderman e Wolverine oppure Maradona, Baggio e Van Basten. Un sogno più che un super gruppo. La reincarnazione di un archetipo musicale che negli anni una certa tipologia di ascoltatore ha sempre voluto nei propri desideri più pruriginosi. Led Zeppelin, Kyuss, Queens of the Stone Age, Nirvana e Foo Fighters, più molti altri progetti paralleli, produzioni, mastering e supporti ad altri lavori sparsi: la loro fama anticipa giustamente il loro lavoro. La “tradizione” del rock degli ultimi trent’anni si è riunita: abbiamo l’hard rock, il blues rock, lo stoner, il desert rock, il grunge e il rock da classifica. Normale, dunque, che il progetto “Them Crooked Vultures” sia stato accolto da aspettative molto molto alte, giustificate sia dalla capacità compositiva ed esecutiva dei nostri, sia dall’abilità di mixering di tutti e tre i componenti di questo supergruppo, veri e propri opinion leader per quel che riguarda le timbriche usate per i loro strumenti e le scelte di missaggio in generale.

“Them Crooked Vultures” si presenta come un lavoro granitico, compatto ed eseguito alla perfezione: un viaggio nel regno dell’hard rock, fossilizzato all’età della pietra, effettuato a bordo di una Corvette nero-amaranto. Luciferino quanto necessita un ottimo album rock, è cattivo, incazzato e privo di ogni tipo di strano retrogusto. Ovviamente le sonorità che troviamo al suo interno potrebbe far storcere la bocca a più di qualcuno: è musica di dieci anni fa (in media), non ci sono innovazioni di alcun tipo, il suono è anche molto simile a sè stesso e un filino autoreferenziale (vedi il filo conduttore strumentale rintracciabile in più di qualche traccia e sonorità spesso ripetitive). Con altrettanta certezza, però, l’ascoltatore medio non potrà che trarre giovamento dall’ascolto di questo lavoro, derivativo, sì, ma appassionante come poche altre cose uscite sotto l’etichetta “rock” in questo ricco 2009.
L’iniziale “No One Loves Me & Neither Do I” detta subito le coordinate strumentali del lavoro: batteria sincopata che gioca d’anticipo (Bonham vi dice niente?), riffoni tra gli Zeppelin e i Queens of The Stone Age del periodo d’oro, cambi di ritmo improvvisi e cattivi che saranno certamente espansi in sede live. Ma fa capire anche quelli che saranno i difetti riscontrabili per tutta la durata delle tredici tracce: la voce di Homme troppo patinata un po’ al di sotto della tensione armonica della sezione strumentale e una batteria talmente onnipresente da far rischiare l’overload. In due parole: non sanno che cosa voglia dire “pausa”. Per alcuni potrebbe essere un bene, ma alla lunga rischia di diventare per tutti un male. In “Mind Eraser, No Chaser” si affaccia anche Grohl alla voce, J.P.Jones alle tastiere, così come sentiamo un wah d’annata in apertura. Il singolone è senza dubbio “New Fang” dal ritmo da rock-headbanging di facile fruizione: da rimanere senza pensieri, senza forze e senza voce. Dopo la discesa negli inferi di “Dead End Friends” e la potente “Elephants” torniamo nel 1967 durante le registrazioni di “Disraeli Gears” dei Cream: “Scumbag Blues” ha tutte le caratteristiche del blues all’inglese di quel periodo, con tanto di voce alla Jack Bruce, solo di chitarra e tastiere impazzite tra Steve Winwood e “Trampled Underfoot”.
Colpisce il marasma di “Interludes With Ludes”, tra le armonie hawaiane degli anni cinquanta e i deliri arabeschi di Stooges e Comus. “Warsaw Or The first Breath You Take” è una vera e propria fanfara elettrica che canta l’inno del mondo dei morti viventi, tra accenni marci ai Doors più freak di "Strange Days" e ai Beatles dei i viaggi acidi di Lucy. Poi in crescendo il tanto atteso solo di chitarra deviata. “Gunman” è forse la più zeppeliana del lotto, uscita direttamente dalle sessioni di “Physical Graffiti”. A chiusura di tutto la putrefatta “Spinning In Daffodils”, danza per i lombrichi della terra, con tanto di malignità finale di beatlesiana memoria.

Un bignami ammuffito del sex, drugs & Rock and Roll: non un modo per recuperare le puntate precedenti non sentite, ma per godere di un album uscito fuori dalle nebbie del “c’era una volta”.

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