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lunedì 25 maggio 2020

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Recensione : Richard Youngs - Beyond the Valley of Ultrahits

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Titolo: Beyond the Valley of Ultrahits
Artista: Richard Youngs
Etichetta: Sonic Oyster
Anno di uscita: 2009
Genere: Pop Elettronico
Voto: 8,5

 

Richard Youngs da oltre quindici anni è un viaggiatore irrequieto nel grande continente della musica, sempre in cerca di nuovi sentieri da percorrere. La costante della sua parabola è la spiritualità, quell’aura di purezza meditativa che impregna ogni suo lavoro, sia cantautorale che rumorista-sperimentale.
La valle di questo nuovo episodio è un territorio finora inesplorato per l’artista scozzese, che per la prima volta si dà al pop sintetico, e con risultati superlativi. Strano ma vero, in questa mezzora abbondante di musica possiamo sentire per la prima volta nel repertorio di Youngs delle canzoni synth-pop fatte di strofe e ritornelli orecchiabili. È pop fatto alla maniera di Youngs, tuttavia, quindi suonato con una strumentazione spartana e con arrangiamenti leggerissimi e per nulla ricchi (qualche rumore, tappeti di synth, un paio di assoli di chitarra elettrica e una drum machine mai protagonista); la totalità di melodie che ci troveremo a canticchiare è quella che Youngs intona con la sua voce, spesso doppiata da se stesso con cori e controcanti.
Liturgica, passionale, trasognata, la voce di Youngs è così bella e versatile da rendere inutile qualsiasi orpello di contorno e da riempire idealmente tutto il volume sonoro del disco, come in “Still Life in Room”, occupata esclusivamente da uno scarabocchio ritmico e dalle armonie vocali del songwriter e dai suoi falsetti. La gemma del disco è “Collapsing Stars”, con Youngs in stato di grazia che decanta l’armonia del cosmo; volontariamente o meno, il ritornello appiccicosissimo con gli archi che sembrano sbocciare ha un che di Franco Battiato. Incredibili anche la tirata tra Brian Eno e il kraut di “Valley in Flight”, l’elettronica spinta di “Radio Innocents”, in bilico il baratro e uno stato di trance totale, per non parlare dello slancio mistico degli assoli di “A Storm of Light Ignites My Heart”. Il folk mansueto di “Summer Void”, solo leggermente bagnato di elettronica, è l’anello di congiunzione con il passato di Youngs, o chissà, forse un indizio su eventuali sviluppi futuri.
Raramente ci si imbatte in musica così sporca e povera che risplende di una tale purezza sovrannaturale e che vanta melodie così trascinanti e memorabili. La tendenza negativa dell’ultimo decennio è stata quella di suonare pop sbilenco senza canzoni decenti; Richard Youngs a fine 2009 riesce nel miracolo di sfiorare la perfezione con le armonie vocali ammalianti e i suoni grezzi di questo disco, dandoci dieci diamanti ricavati dalla sabbia.

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