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Recensione : Redshape - The Dance Paradox

30.11.2009 - Federico Romagnoli



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Titolo: The Dance Paradox
Artista: Redshape
Etichetta: Delsin
Anno di uscita: 2009
Genere: Techno
Voto: 7,5

 

Protetto da una maschera, Redshape appare poco propenso a svelare la propria identità, ma sai quale sorpresa, in tempi in cui per un musicista elettronico pare obbligatorio l'anonimato, pena il non risultare cool. Fissazioni a parte, la sua musica crea sensazione e fa discutere: in molti sembrano concordare sul fatto che "The Dance Paradox" rappresenti un passo avanti per la musica techno. Quanto e se verrà assorbito sarà il tempo a deciderlo. Il disco mostra dei bassi profondi e geometrici, la cui grana corposa e satura sfora praticamente nel dubstep. Tre gli elementi che allontanano però le creazioni di Redshape dall'universo dubstep per spingerlo verso quello techno: primo, profondissime fluttuazioni melodiche a opera di tappeti tastieristici dal sapore detroitiano (si pensi a "Azimuth" di Kenny Larkin, che però non era così tetro); secondo, una maggiore linearità percussiva (per quanto in brani come "Seduce Me" o "Rorschach's Game" i piatti si prodighino in sorprendenti ricami jazzy); terzo, una cappa produttiva memore della lezione di Moritz von Oswald (uno che portò i concetti produttivi del dub all'interno della techno ben prima che qualcuno in quel di Londra pensasse di inventarsi una scena il cui nome contenesse le tre magiche letterine). Forse proprio nello sposare certe tecniche (nonché un austero approccio alla materia ritmica) allo stato psichico allucinato-comatoso tipico del dubstep consiste il punto di forza della musica di Redshape. L'album si ritrova come oppresso da tenaglia di ovatta, che gli conferisce un'aura notturna da cervello sfondato, rilassamento post-ritorno da indicibili viaggi acidi, a tratti terrificante elegia dal sapore ancestrale, come se all'uscita di un locale, con i battiti che ancora rimbombano nella scatola cranica e residui stupefacenti in circolo, il vicolo buio da attraversare per raggiungere la strada illuminata diventasse un antro interminabile e nebbiose creature lovecraftiane strisciassero ai lati, nascoste dall'ombra di tetre balaustre, o direttamente dai cassettoni dell'immondizia, e da lì osservassero le plausibili prede con rotondi occhioni iniettati di sangue. I battiti di Redshape scandiscono insomma la corsa per uscire da un incubo, una corsa purtroppo illusoria, perché all'incubo interna, un correre su un nastro trasportatore che scorre in senso inverso, un Leo Bulero che crede erroneamente di essere fuggito dall'universo di Palmer Eldritch. "Bound" con le sue tastiere psicotiche e il suo basso incalzante, "Man Out Of Time" con quella maestosa marea elettronica che insiste fissa per l'intera durata mentre saltuarie storture di synth tentano di incresparla, "Dark And Sticky" che lascia un impercettibile drone melodico a iniettare mistero su pulsazioni dub alla Porter Ricks: con la sola eccezione di "Globe" (100% Detroit vecchia maniera), tutti in questo album contribuisce a creare un universo cupo e spaventoso, una colonna sonora da film dell'orrore senza trama e senza struttura, puramente mentale e in via da definire.

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