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Recensione : Espers - III

08.12.2009 - Anna Corrado



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Titolo: III
Artista: Espers
Etichetta: Drag City
Anno di uscita: 2009
Genere: Folk, Psych-folk
Voto: 7,5

 

Sono passati cinque anni dal primo disco, omonimo, sfornato dagli Espers, band di Philadelphia capitanata da Greg Weeks, già autore di altri lavori da solita, e accompagnato da Meg Baird e Brooke Sietinsons. Uscito nel 2004, "Espers", è l'emblema della purezza nelle sue forme più sognanti, vive e segna, sin dall'inizio, i punti focali di questo gruppo dai piedi ben radicati in America ma che evoca, album dopo album, le malinconiche e nebbiose atmosfere che caratterizzano il folk britannico.
Dopo una parentesi, data dall'uscita di un album composto da sole cover (eccezione fatta per l'inedito finale "Dead King") intitolato "The Weed Tree", esaltato dalle doti melodiche degli interpreti che lo rendono un magico sogno onirico, ritoviamo il sestetto, ormai ben consolidato, in quello che potremmo definire come il "loro apice": "II". Il disco ci ha accompagnato tra i ritmi e i suoni di un folk sospeso tra le classiche ballate sognanti e malinconiche, aggiustate da una inconfondibile vena psichedelica, osannato e decantato dagli amanti del genere.
Con "II", Greg e compagnia, danno alla luce un lavoro complesso, che abbandona le bucoliche e idilliache vie intraprese con i precedenti album, per addentrarsi in un universo nuovo, dato da suoni progressivi che violentano le sempre presenti sonorità acustiche.
Dopo un intervallo di circa tre anni, gli Espers, tornano con il colorato "III", cambiando parzialmente mood: abbandonando parte della psichedelia che caratterizzava il recente passato, cospargono le ballate di tinte meno cupe, introducendo sinfoniche melodie e intrecci di voce che toccano il sublime.
Ad un primo, superficiale ascolto, quest’ultimo lavoro, quindi, potrebbe quasi far storcere il naso ai tanti ascoltatori che si identificavano in quelle malinconiche, contorte, acide melodie folk che uscivano da "II". Superato il primo approccio, invece, le sfumature dell'album cambiano, rivelando un lavoro che brilla di luce propria, non meno del precedente.
Dieci ballate dal sapore armonioso e avvolgente, costituiscono questa nuova uscita, cullando, abbracciando e avvolgendo di colori caldi l'ascoltatore.
"I can't see clear" apre le danze, il ritmo si fa incalzante e ben scandito sin dai primi minuti, chitarre, violini dai sapori squisitamente anni '60 fanno da perno diventando progressivamente incisivi nelle parti in cui viene meno la voce.
Le intarsiate voci di Greg e Meg diventano il fulcro in "The Road of Golden Dust", evocativa di immagini, quasi a toccare le corde della malinconia, per poi esplodere e raggiungere l'apice con "Caroline" dove il tepore delle voce dipinge idilliaci paesaggi portando l'ascoltatore in un magico Eden. Non ci sono cambiamenti di tono, tutto rimane sospeso, puro ed etereo anche con la dolce "The Pearl".
"That Which Darkly Thrives" altera gli schemi, scompone il precario equilibrio creato dalle precedenti composizioni: le ritmiche diventano ripetitive, il tono che ne esce risulta quasi angosciante e la voce di Greg calca questa sensazione. Tutto scorre fluido attraverso le note di "Sightings", sviluppandosi in "Meridian" dove le voci si sposano, si uniscono formando un'unica inscindibile melodia.
"Another Moon Song" sfiora le più alte note della delicatezza con la voce della Baird che ne fa da protagonista, alternata ad una malinconica quanto ripetitiva chitarra distorta, e aprendo il varco al duetto finale: "Colony" caratterizzata dalle ripetitive percussioni e "Trollslända" che chiude quest album quasi volendo riprendere le tonalità della prima traccia.

Certamente "III" si presenta, anche solo guardando l'artwork, come un lavoro irregolare, dove il filo conduttore tra le diverse ballate c'è, ma non risulta così evidente come nei lavori precedenti. Il sestetto di Philadelphia ha voluto, ancora una volta, mettersi alla prova, stupendo i fan e le loro aspettative con un album che si presenta, nonostante il titolo, come il non-proseguo del precedente "II".

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