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Recensione : The Fauns – The Fauns

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Titolo: The Fauns
Artista: The Fauns
Etichetta: Laser Ghost Recordings
Anno di uscita: 2009
Genere: Shoegaze, Dream Pop
Voto: 7

 

Basterebbe solamente dire che Ulrich Schnauss lo ha definito come "The soundtrack to my Saturday" per spiegare l’abilità di questo gruppone (in termini numerici si intende, visto che è composto da sei membri) nell’assorbire una sonorità noise tipica del leopardiano “Il Sabato del Villaggio” e tramutarla in musica; l’atmosfera che si respira infatti è quella di un sabato qualsiasi vissuto nell’attesa del meritato riposo domenicale dopo una settimana passata in ufficio – a chi va bene - tra telefonate, e-mail, liti con il capo e pause sigaretta. Il problema è che poi nel tanto agognato giorno di riposo tutte le speranze si dissolvono come neve al sole e riaffiorano quelle ansie della realtà di ogni maledetto lunedì, a dimostrare appunto quanto sia migliore la fervida e spasmodica attesa di un momento rispetto alla realtà vissuta proprio del momento raggiunto.
“The Fauns” sembra appunto virare sulle altalenanti emozioni di speranza ed angoscia come quelle descritte con ineccepibile cura nell’idillio leopardiano: un alone di malinconia pervade spesso il disco anche nelle canzoni più veloci, grazie ad un uso sapiente di chitarra che permea ogni spazio; peccato però che la sensualissima voce femminile risulti a tratti troppo timida e venga di frequente sovrastata dalla musica.
Album di debutto per il sestetto di Bristol capitanato dalla frontwoman Alison Garner, questo “The Fauns” suona tipicamente shoegaze di fine anni ’80, con qualche spruzzata di ritornelli pop degli anni successivi; è evidente una forte influenza tendente al dream pop dei primi Cocteau Twins che rende le tracce così eteree. “Understand” è la cover – ben riuscita – degli irlandesi Brian; degne di nota sono sicuramente “Cool Stuff” e “Road Meets Sky” superiori alle altre per limpidezza, oltre alla strumentale “Black Sand”. Unica canzone fuori dal coro – per genere si intende - sembra essere “The Time is Cruising” con una intro di chitarra-basso-batteria in stile Oasis di “Be Here Now”: il disco poi termina con un soffio di vento dolcissimo e flautato come “1991”.
In conclusione, come insegna Leopardi nel suo idillio citato all’inizio di questo articolo, il modo migliore per non essere delusi è quello di non aspettarsi nulla; forse però con questo primo disco qualcosa di buono per il futuro musicale di questi fauni bristoliani – con le legittime cautele che si devono ad un primo album - potremmo aspettarcelo.

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