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sabato 28 marzo 2020

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Recensione : Super Furry Animals - Dark Days / Light Years

20.12.2009 - Alessandro Nalon



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Titolo: Dark Days / Light Years
Artista: Super Furry Animals
Etichetta: Rough Trade
Anno di uscita: 2009
Genere: pop, rock psichedelico
Voto: 7,5

 

I Super Furry Animals sono un gruppo a cui piace far sentire a casa i propri fans: ogni due anni esce puntuale un loro nuovo disco, con la solita carrellata di canzoni dai titoli curiosi e la solita copertina di pessimo gusto. I loro fans d’altronde sembrano continuare a distanza di quattordici anni ad apprezzare il pop psichedelico schizoide del gruppo gallese, che è riuscito a mantenere una qualità media delle uscite altissima e a proporre cose nuove in quasi ogni album pubblicato.
Questa volta il loro pubblico è stato quantomeno spiazzato, tanto che il disco non ha venduto bene come al solito. Il motivo è facile individuarlo: “Dark Days / Light Years” è un disco inconsueto anche per una band che ci ha sempre abituati a musica bizzarra e curiosa. La particolarità dell’album sta proprio nell’essere fuori dal tempo e da qualsiasi moda, nel suo essere ostinatamente (e divinamente) suonato e costellato di virtuosismi e cambi di tempo degni del miglior progressive; se aggiungiamo che il disco è figlio di una fetta di rock Seventies poco in (quella psichedelia chitarristica che sfocia nell’hard-blues) capiamo come mai un disco così esplosivo non abbia fatto sfaceli in questo 2009.
Visti i generi sopraccitati non si possono non citare l’opening-track “Crazy Naked Girls”, un magma psichedelico di riff distorti mastodontici e falsetti alla Prince, e il blues di “Mt”, ravvivato da un battito ballabile e da una linea melodica solista di archi e chitarra elettrica. Questo giocare col kitsch e con elementi che apparentemente fanno a botte è la chiave di volta su cui si regge il disco, che suona come un meraviglioso esercizio di stile di un gruppo di musicisti eccezionali che riescono a trasformare in (ottime) canzoni tutte le loro idee più bislacche. Non ci si può quindi sorprendere dell’eterogeneità estrema del lavoro, che si chiude con due pezzi che più lontani non si può: il pop caramelloso di “Lliwiau Llachar” e la cavalcata kraut-motorik di “Pric”, entrambe cantate in gallese. Altri pezzi stellari: il bad trip di “Cardiff in the Sun”, un torrente di voci dolcissime effettate e lunghe code di chitarra, il crooning della scintillante “Helium Hears”, l’indefinibile “The Very Best of Neil Diamond, avventuroso incrocio di psichedelia e hip-hop, e la giocosa “Inaugural Trams”, con un rap in tedesco ad opera di Alex Kapranos dei Franz Ferdinand.
Un album densissimo e irrinunciabile per chiunque ami il pop di qualità in bilico tra kitsch e buongusto, passato e presente.

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