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DoppiaTraccia: Stefano Crescentini – La tecnica, il cuore. La Voce.

28.12.2009 - Simonetta Caminiti



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Tv Sorrisi e Canzoni ha dedicato un servizio fotografico a Stefano Crescentini (e Federica De Bortoli) per il doppiaggio del cult Twilight, nel quale ha interpretato la “traccia italiana” del protagonista Robert Pattison. Ma «apparire per noi è una cosa talmente inusuale…» racconta Stefano.

New Moon in particolare è stato distribuito nelle sale prima nel nostro Paese che in madrepatria americana: il mercato italiano è stato così importante che «il comune di Volterra, dove è stato ambientato il film, ci ha invitati in un’occasione a cui hanno partecipato anche MTV e Sky Cine-News, che ci hanno fatto delle interviste».

Eppure, una cosa che Stefano confessa subito e candidamente, è che: «A noi, comunque, piace soprattutto star “qua dietro”».

Ecco una voce piena di “tecnica e cuore” (così è definita dai colleghi avvezzi alle arti del doppiaggio, quella di Crescentini): un vero purista del suo lavoro, un attore espressivo che ha mosso i primi passi da bambino, e nel contempo una persona che conserva la sua quota di timidezza.

Il tuo mestiere è emulazione a regola d’arte o, come ricordava Maria Pia Di Meo al microfono del TG5, c’è un bel margine di creatività?

«Ci sono dei margini, sì. E secondo me, la creatività serve: il margine è dato proprio dalla lingua. Io faccio sempre l’esempio di una scena in cui Pattison diceva: “Are you afraid?” in un tono che non sarebbe stato possibile, in quella data situazione, nella nostra lingua. Il mio “Hai paura?” è stato molto diverso, ma l’effetto che ho dovuto produrre sullo spettatore è poi risultato lo stesso: ho creato qualcosa che sul viso, sulla bocca di quell’attore, stava bene in italiano pur essendo diverso dalla battuta pronunciata in inglese. In questo senso ci serve essere creativi. Ma occorre porsi dei limiti: non doppiamo noi stessi, siamo al servizio di altri attori.Dobbiamo rifarci ai loro stati d’animo, al loro fiato, alla loro mimica, ma loro hanno cadenze e suoni diversi, e dobbiamo tenerne conto. È un discorso di sensibilità, anche. Il doppiaggio può aiutare, in alcuni casi a migliorare alcuni prodotti, ma spesso può peggiorarli: è un lavoro che viene bene quando esci da un cinema e non lo hai notato, né nel bene né nel male. Quando praticamente non te ne accorgi».

A translated movie is not the same movie. Enjoy the original version”, recita la nuova campagna della Warner. Che futuro ha il doppiaggio nel clima che forse si sta preparando anche in Italia?

«Io trovo scandaloso questo genere di campagne. Se fai campagne del genere, dovresti avere anche il coraggio di mandare nelle sale il film in lingua originale: sono curioso di sapere quanta gente andrebbe al cinema. Il cinema non sta vivendo un bel momento: la crisi ha colpito anche il nostro campo… Se si ha il coraggio di mandare i film con la traccia originale, anche solo per un mese, si capirà cosa sarà più opportuno trasmettere in futuro. Quando una società qualsiasi si assume la responsabilità di un’affermazione tanto forte, dovrebbe andare fino in fondo. Tra cinquant’anni sarò contento di essere andato in pensione da tempo, ma non so se il doppiaggio ci sarà ancora o meno… E mi dispiacerà, perché è un lavoro che faccio da bambino. L’Italia dà poche occasioni per lavorare – nel campo artistico men che meno – per cui sarebbe un peccato estinguere questo ben lavoro».

Sai che molti tuoi colleghi non temono troppo questo processo, perché in Italia “siamo lentissimi” ad adattarci ai cambiamenti?

«Ah, su quello sono d’accordo. La pigrizia mentale dell’italiano è tale che non impareremo così bene l’inglese (parlo della lingua più diffusa nei film) tanto presto. E, se l’alternativa sono i sottotitoli, tanto peggio. È impossibile gustarsi un film coi sottotitoli: è stancante, ti perdi un sacco di belle cose. Ma prima o poi anche noi italiani parleremo perfettamente la lingua anglo-americana, così come ci siamo omologati agli Stati Uniti in molte altre cose. Il doppiaggio italiano però è il doppiaggio più antico e meglio realizzato del mondo».

Nel ricordare il suo doppiatore (che era Oreste Lionello) Woody Allen ha detto: “Lui mi migliorava”… Cosa ti viene in mente se pensi a feedback del genere come addetto ai lavori?

«Sono belle cose. Bellissime, di grande valore, e dimostrano che il nostro lavoro continua ad essere fatto – non da tutti ma da molti – come va fatto. Io ho avuto la fortuna di nascere e crescere con persone come Renato Izzo, Fede Arnaud, Mario Maldesi… A dodici anni io lavorai a un film di Spielberg con Maldesi; da bambino ero al leggio con Pino Locchi, Ferruccio Amendola, Peppino Rinaldi. Qualcuno mi dava del Lei, quando ero ancora un ragazzino. Non concepivo ancora l’importanza di quei personaggi, che spesso per me erano dei “vecchietti simpatici, con voci bellissime, dietro un vetro” (perché erano i miei direttori), ma già la “sentivo”. E noi che abbiamo avuto simili occasioni, ancora “tramandiamo” le cose che abbiamo imparato. Alcuni direttori di oggi lavorano ancora così… Peccato che i tempi siano serratissimi e ci costringano a una cura inferiore rispetto a prima, in qualche caso. Ti faccio degli esempi: ci sono serie della Disney (una in particolare che si chiama Flash Forward) che va in onda quasi in contemporanea con le puntate americane».

E spesso in originale gli spettatori scoprono le parti censurate nei dialoghi italiani. Tasto noto e dolente…

 

«Supernatural è una serie che va in onda in Rai: in aprile ci sarà una convention alla quale parteciperemo e ci saranno anche gli attori originali. È una serie che parla di vampiri, demoni e simili: è fatta davvero bene, ha un’action molto viva e un taglio cinematografico. Gli attori sono bravissimi, la sceneggiatura è ironica e un po’ forte. Non si poteva tradurre alla lettera “Son of a bitch”, in questa serie (dopo alcune piccole “lotte” è diventato possibile). L’istituto di censura vigila su queste cose. Non dipende da chi cura le edizioni italiani dei singoli prodotti. E si rischia di snaturare prodotti veramente belli, quando poi arriva il talk-show che fa audience anche nelle sue discussioni che degenerano puntualmente e cose anche peggiori. Siamo un po’ “puritani” solo sui prodotti che non ci convengono».

Hai trentacinque anni, ma la tua voce è “tarata” su personaggi spesso molto giovani. Icone adolescenti, qualche volta. Che stato d’animo ti crea questa distribuzione?

«Io ho sempre avuto una voce più giovane della mia effettiva età: a venticinque anni facevo i diciassettenni (qui si riferisce al personaggio di Jack in Dawson’s Creek, ndr). Pattison, in “Twilight” ha ventitre anni nella vita e diciassette nel personaggio. Il problema è come stare in quel ruolo non solo sul piano della voce quanto nella recitazione. Posso essere più maturo nelle “intenzioni” rispetto agli attori. Ma Pattison è abbastanza maturo, per i suoi ventitre anni».

Anche in Dawson’s Creek eri un adolescente, tra l’altro omosessuale. Che esperienza fu?

«Anche lì era un discorso di intenzioni. All’epoca mi intervistò una radio, gestita da un gruppo gay, e mi chiesero proprio come mi fossi sentito a doppiare quel personaggio, per me che sono etero. Kerr Smith aveva interpretato egregiamente l’omosessualità di Jack. È davvero una questione di sensibilità, Jack era un personaggio molto tenero. Era un po’ strano interpretare i baci con un altro ragazzo e scene del genere, certo, ma sono stato aiutato dalla bravura dell’attore e dal bel gruppo di colleghi qui in sala: siamo cresciuti con Dawson’s Creek».

Curiosità molto banale. Se, in termini concisi, dovessi esprimere la tua personalità, che mi racconteresti? Chi è Stefano Crescentini?

(ride) «Beh, in sintesi posso dirti che sono una persona timida, contrariamente a quello che può sembrare. Nascondo le mie insicurezze attraverso un’apparenza che comunica tanta fiducia in me stesso. Oggi come oggi, sì, credo abbastanza in me stesso: ma a volte basta ancora poco per farmi vacillare. Un po’ vulnerabile sì, lo sono ancora. Sono solare, non mi trascino dappertutto i problemi: non mi piace chi si porta appresso i malesseri, non è carino verso chi ti sta vicino. Mi piace giocare, cercando però di stare sempre concentrati sulla serietà del lavoro. Ho maturato un senso di responsabilità verso il lavoro molto presto, e questo mi ha insegnato subito il rispetto verso gli altri, o l’attitudine a “rubare” le cose belle dalle persone che hanno più esperienza. Poi sono un chiacchierone. Sono stato zitto fino a tre anni: ho iniziato a parlare a tre anni, poi non ho più smesso! La mia maestra delle elementari, che mi vedeva tanto chiacchierone, diceva che da grande avrei fatto l’attore o l’avvocato. Al di là della timidezza, la faccia tosta in effetti ce l’ho».

Le cose più importanti del tuo quotidiano?

«La famiglia e gli amici è una risposta abbastanza scontata, ma è davvero così. E poi il lavoro. Non sono il tipo che nega di tenere al lavoro, in ogni caso, e ringrazio il cielo di questa voce che sembra piaccia, e delle capacità che sembrano venir fuori. La tecnica nel nostro lavoro è fondamentale ma il “cuore” è ancora più importante. La tecnica ti aiuterà a non scivolare, a creare emissioni vocale perfette, e il fonico sarà contento… Ma il cuore è la cosa più importante».

Che altro lavoro avresti fatto volentieri?

«Io sono quasi laureato in Economia e commercio, ma, facendo l’università, mi sono accorto che mi piaceva tantissimo il diritto: perciò, senza dubbio l’avvocato. Un altro sogno – ma questo davvero solo un sogno – sarebbe stato il ricercatore, ma a stretto contatto con la natura, magari facendo una vita da nomade». 

 


Stefano Crescentini – La tecnica, il cuore. La Voce.
Alcune fotografie del doppiatore Stefano Crescentini, durante l'intervista per MP News. Foto di Arianna Visani


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