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martedì 18 febbraio 2020

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Recensione : Black Jazz Consortium – Structure

11.01.2010 - Gabriele Baldaccini



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Titolo: Structure
Artista: Black Jazz Consortium
Etichetta: Soul People Music
Anno di uscita: 2009
Genere: Deep-House
Voto: 8

 

Il suono raffinato e cerebrale dell’ultima fatica prodotta da Fred P con il suo pregevole progetto Black Jazz Consortium, è senza dubbio tra le migliori uscite dell’anno appena trascorso: perdonateci quindi se colpevolmente è stata da noi finora ignorata. Quello che stavamo per perderci era al contrario qualcosa d’imprescindibile: Fred P annienta in un solo colpo anni di sperimentazioni fatte da sommi maestri come Ludovic Navarre (con il suo pseudonimo più conosciuto - St Germain - egli aveva cercato la via della fusione tra la musica house e il jazz più mainstream), riportando quella stessa musica ad uno stato embrionale, catapultandola in un’atmosfera asettica e ricreandone una nuova forma involutiva, come se quel prototipo di nu-jazz ancora informe fosse stato creato da una band di androidi che suonava meccanicisticamente e in assenza di gravità.

Ciò che ne esce fuori è pura deep-house che, attraverso una vera e propria jam di sovrapposizioni sonore a metà strada tra ambient-jazz e rigurgiti electro, si trascina imponente per la bellezza di settantacinque minuti.

Provare per credere: “Deep Love” è uno stomp che rotola accumulando bagliori di archi luminescenti (vengono in mente i Cobblestone Jazz di “23 Seconds”, ma ultra filtrati e più nevrotici), “Tribal Dance” è uno strascichio di synth sfiatanti su pulsazioni shuffle, “Something Old” s’inerpica su un funk scheletrico per riuscire a far intravedere quelli che sono veri e propri squarci cosmici, “Watching You Vouge” incastra su beat splendentemente opachi un’improvvisazione di un Fender Rhodes che suona come se fosse stato immerso nell’oceano, “What’s Up With The Love” è semplicemente lounge-music dall’iperspazio.

“Structure” scava quindi ancor più in profondità quello che è l’abisso interiore della musica house, per fare in modo che esso divenga sempre più immenso e cupo; la sua struttura sonora - non casualmente citata nel titolo - che attrae l’ascoltatore in maniera così magnetica, si staglia imperiosa e scultorea, trasmettendo in un modo incredibilmente pacato quella che è invece una furia espressiva solo apparentemente repressa.

“Structure” è questo e molto di più. Ma prima di tutto è musica, anzi: Musica con la M maiuscola.   

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