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lunedì 24 febbraio 2020

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Recensione : Weltraum - Sy

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Titolo: Sy
Artista: Weltraum
Etichetta: Toxo Records
Anno di uscita: 2009
Genere: Noise, Impro, Post Rock
Voto: 7

 

Ne è passato di tempo da quando i Visione Sinfonica, ancora giovanissimi, si affacciarono sul mondo con una miscela di noise e post-rock vecchio stampo, in vero non entusiasmante. Oggi ridotta a trio e col nome mutato in Weltraum, la band di Napoli giunge al suo primo album ufficiale. Come descrivere la proposta di Mimmo "SEC_" Napolitano (tastiere), Giuseppe "P'ex" Esposito (chitarre) e Luca Piciullo (batteria)? Potremmo forse ancora parlare di miscela noise e post-rock, ma il "vecchio stampo" risulterebbe questa volta fuoriluogo. Maturati da anni di esperienza sul campo e costante ricerca, i Weltraum producono oggi musica a cui non è semplice trovare equivalenti nell'ambito del rock italiano, tenendo presente l'arretratezza della nostra scena alternativa. I sette brani, rigorosamente senza titolo, rappresentano un avventuroso attorcigliarsi di suoni scrostati e urticanti: se di post-rock si può parlare, il collegamento non va rintracciato nella scuola classica, ma in sghembi outsiders quali Laddio Bolocko, You Fantastic, i dimenticati Village Of Savoonga (emanazione parallela dei Notwist). Se poi il giochino della linea temporale vi affascina potete scorrere indietro sino ai This Heat: del resto, essendo la loro musica ancora attualissima, ricordarla non può che rappresentare un vanto. Durante il percorso si incontrano così groove scarnificati e ossuti, matematicamente puntigliosi, incastrati con chitarre-rasoio in architetture che però non determinano mai il brano, al limite fungono da oasi al centro del marasma: strutture lipperlì rigide, ma destinate a sfaldarsi e a tornare nel caos da cui sono emerse, fra oggetti metallici percossi freneticamente, sfrigolii elettronici, sirene e raggi laser, giochi di microfono e ogni sorta di bizzarria possiate immaginare. Curioso notare quanto su questo versante, sicuramente più ostico e difficoltoso da controllare rispetto alla componente rock, il trio rimandi alla scena impro europea di qualche decennio fa (il lavoro percussivo ad esempio, che sembra pescare dalla lezione di Han Bennink) più che a quella attuale roteante fra Austria e Inghilterra. Quello che al disco manca per essere perfetto è una maggiore apertura melodica: non che la musica non sia coerente, anzi impressiona per solidità progettuale, sono però talmente suggestive le maree di tastiere dal sapore cosmico (qualcuno ha detto Tangerine Dream?) che si aprono al termine dei primi due brani, che vorremmo incontrarle più spesso nella prosecuzione dell'opera. Del resto, quando ci viene mostrato qualcosa di luminoso, non è umano desiderarne un prolungamento il più appagante possibile? In conclusionei: la band possiede un proprio sito internet, mediante il quale è possibile foraggiarne il talento. A buon intenditor...

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