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sabato 08 agosto 2020

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The Smashing Pumpkins - Zeitgeist

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Titolo: The Smashing Pumpkins
Artista: Zeitgeist
Etichetta: Reprise
Anno d'uscita: 2007
Genere: Rock
Voto: 7.5/10

Reunion molto spesso fa rima con dignità. Band storica, musicisti estrosi, un mazzetto di rughe in più, qualche piccolo doloretto alla schiena causa bassa posa della chitarra “on stage”, flusso creativo prosciugato. Rassicuriamo subito tutti, gli Smashing Pumpkins di questo “Zeitgeist” esulano da questo triste e avvilente discorso: Corgan non sarà più quello di “Mellon Collie”, ma non è nemmeno più il reietto cantante degli Zwan e dei suoi discutibili progetti solisti.

Le “zucche spiaccicate” (Corgan e Chamberlin) ritrovano la concentrazione e l’armonia per produrre un album dignitoso, ben suonato, ben registrato, terribilmente fresco e contemporaneo.

La pseudo elettronica del godibile “Adore” è scomparsa per la gioia dei fan di vecchia data, il fragore grunge di alcuni vecchi pezzi si è spento, ma le melodie depressive e la patologica ricerca della malinconia in musica sono rimaste.
E’ musica istintiva, satura, a tratti ossessiva e a tratti romantica. Sentiamo rock and roll, il punk, il metal e un pizzico di noise elettronico. La rinata ricerca dell’assolo di chitarra, persa del tutto negli ultimi lavori, accompagna la voce inconfondibile di Billy, sempre più sprezzante, e schietta, sempre più sibillina.

“Zeitgeist” inizia con lo standard rock di “Doomsday Clock”, ottima unione di ritmiche ripetitivamente punk e di effetti sonori della vecchia scuola Pumpkins. Perennemente in tiro, sempre in crescendo. E’ una delle canzoni più riuscite dell’intero lavoro della band.
Un pizzico di noise viene aggiunto alla trama sonora di “7 Shades of Black”: Corgan plasma il suono a suo piacimento, lo ferma, lo sguinzaglia, lo fa correre, lo smorza quando vuole. Ci iniziamo ad esaltare: capiamo che i Pumpkins fanno sul serio.

“Bleeding the Orchid” è la ballata nera dell’album: l’atmosfera dark e introspettiva fa da cornice ad un lamento, sentito, profondo, urtante.

Dopo il rock classico di “That’s the Way (My Love Is)” e l’ottimo singolo “Tarantula”, ricco di spunti chitarristici e con un costante ed elettrizzante incedere elettrico, arriva la brillante “Starz”: archeologia musicale che va a scavare a fondo nella storia del rock. Qui sentiamo Van Halen, Pearl Jam, un pizzico di Skid Row, qualcosina dello stile di Bonzo Bonham alla batteria e, immancabilmente, un goccio di Black Sabbath.
Questi ultimi influenzano anche “United States”: le atmosfere rarefatte e marcescenti sono riprese direttamente da “Iron Man”. E Corgan al grido “Revolution!” si erge anche a idolo politico anti-Bush. Poi la canzone vira in una sorta di “Dazed and Confused” elettronico: sulla base percussiva, si alternano svariati effetti e suoni sintetizzati e, quindi, la trama ritorna sulla retta via con l’esplosione che tutti stavamo aspettando (“Fight I wanna Fight, Tonight Revolution!”). Una lunga coda strumentale chiude il punto più alto dell’album.

Le arie romantiche e lascive di “Neverlost”, ci portano all’anemica quiete tipica del Pumpkins sound.

L’album si chiude con quattro brani molto distanti fra loro: “Bring the Light” prosegue sulla linea della precedente traccia, fino all’apertura rock di metà brano, “(Come on) Let’s Go!” è un coriaceo mix di schitarrate metal e noise punk, “For God and Country” è il prosieguo delle denunce di “United States”, la conclusiva e magnetica “Pomp and Circumstances” unisce la magia della musica orientale alle atmosfere patologiche di Corgan.

L’album è promosso con buoni voti. I Pumpkins potevano fare molto di peggio: invece hanno prodotto uno dei loro migliori album che, siamo sicuri, si collocherà tra l’inarrivabile “Mellon Collie” e “Adore” nella nostra classifica personale.

Sincero.

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