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domenica 29 marzo 2020

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Monografia: Felt (1982-1985)

31.01.2010 - Alessandro Nalon



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I Felt sono stati una delle realtà più peculiari degli anni Ottanta e uno dei gruppi cruciali per il passaggio dalla new wave all’indiepop, genere di cui hanno definito lo stile pur mantenendo un’estetica assolutamente personale e non del tutto allineata con i suoi stilemi. Il loro marchio di fabbrica che consisteva in lunghi brani strumentali con arpeggi cristallini e tintinnii incessanti, in canzoni trasognate e canto sonnambulo è cambiato nel corso degli anni, facendo spazio prima al formato canzone, poi a un graduale passaggio dalla chitarra all’organo elettrico, anticipando il tardo indiepop e lo stile di band come i Charlatans. La carriera dei Felt è durata esattamente dieci anni, nel corso dei quali hanno pubblicato dieci lp e qualche singolo ed ep, rimanendo tuttavia una band di culto dell’underground, vuoi per la personalità eccentrica del leader Lawrence Hayward (personaggio misterioso di cui non si è saputo il cognome per anni), vuoi per la mancanza di una figura carismatica e di grande impatto sul pubblico adolescente come Morrissey. Mentre la musica degli Smiths era il veicolo della poetica tardo-adolescente del loro cantante, quella dei Felt era molto meno banale e più complessa, offrendo testi criptici e interessanti e sfoggiando una varietà impressionante di soluzioni musicali: si va dagli strumentali con intricate trame discendenti dal raga-rock a canzoni pop solari ma con un piglio straniato, surreale, psichedelico; tutto ciò li rende uno dei gruppi più enigmatici e peculiari di sempre.

La carriera dei Felt si può dividere in due grandi fasi: la prima (1982-1985), sotto l’egida della Cherry Red, è caratterizzata da fortissimi residui new wave e un gusto per il pop psichedelico e leggermente sbilenco, in cui la chitarra dell’abilissimo Deebank fa da padrona (molti dei loro brani di questo periodo sono strumentali). Il secondo (1986-1989), il periodo sotto la Creation Records, vede l’abbandono di Deebank e il passaggio a sonorità lounge/jazzate, mantenendo l’impostazione pop ma perdendo quasi ogni retaggio psichedelico.

 

Crumbling the Antiseptic Beauty (Cherry Red, 1982 ***)

Con un titolo così altisonante (sarà una loro costante) si presenta il loro mini album di debutto, un lavoro un po’ acerbo e dal suono abbastanza piatto ma che già sfoggia meraviglie chitarristiche da parte del duo Lawrence Hayward – Maurice Deebank (quest’ultimo un ex chitarrista classico, autore di tutti gli spericolati arpeggi delle linee della chitarra solista) e riesce a dipingere quell’atmosfera sospesa, bloccata in una dimensione a metà tra il sogno e un’epoca passata, idealizzata e irraggiungibile. La chitarra è figlia dell’acid rock americano e del jangle pop dei Byrds, ma è filtrata attraverso lo stile nevrotico dei Television (il nome Felt è ispirato a un verso della loro “Venus”), ed è lei a tessere brani sperimentali come “Birdman”, fornendo un tappeto sonoro insistente su cui Lawrence accenna un cantato allucinato.

 

The Splendour of Fear (Cherry Red, 1984 ****1/2)

Il primo capolavoro dei Felt è un altro mini album per lo più strumentale. Le trovate geniali del debutto sono moltiplicate, ogni brano è uno spettacolo per perizia strumentale e cura di melodie ed atmosfere. Il suono si è fatto molto più denso e meno secco e rigido, con delle note di chitarra nitidissime e leggermente liquefatte, attorniate da una sezione ritmica post-punk (batteria tribale senza piatti e basso monotono). Il passo in avanti, però, è dato dalle melodie: epiche, sognanti, ora solari ora notturne, le linee di chitarra sembrano innalzare cori epici o suonare antiche arie perse nel tempo. “The World is as Soft as Lace”, introdotto da un breve pezzo strumentale, è il primo brano pop dei Felt, con una melodia vocale solare e zampilli di arpeggi a fare contorno a uno dei più bei brani dream-pop di sempre. È però anche l’unica canzone vera e propria del disco, laddove gli altri brani si presentano come lunghe cavalcate new wave (come “The Optimist and the Poet”) in cui i Felt si distinguono per una tecnica sopraffina, rinunciando quasi in toto agli effetti di modulazione ed eco che permeavano i lavori di Cure e Chameleons, concentrandosi sulle trame melodiche, degne di una colonna sonora.

Il capolavoro assoluto però è la ballata “The Stagnant Pool”, che dopo due minuti di cantato alla Lou Reed sfocia in un lunghissimo strumentale funereo, plumbeo ma decorato da fraseggi raffinatissimi e lussureggianti. L’apice viene raggiunto verso la metà del pezzo, con una delle due chitarre che sembra incepparsi ripetendo un accordo arpeggiato e l’altra che va in circolo, creando un senso di tragedia acuito da un ritmo simile ad una marcia. Gli svolazzi di chitarra e le carezze della tastiera di “A Preacher in New Inland” stemperano il tono drammatico del pezzo precedente e chiudono in bellezza con uno dei momenti più spirituali e sereni del decennio.

 

The Strange Idols Pattern and Other Short Stories (Cherry Red, 1984 *****)

Nello stesso anno esce il capolavoro assoluto dei Felt e il loro disco della conversione definitiva al pop. La stasi dei precedenti due album è annientata da un basso pulsante, da ritmi più corposi con il rullante bello potente e da una costruzione delle canzoni a due chitarre: un’acustica che tiene gli accordi e una elettrica che schizza avanti e indietro, prodigandosi in fraseggi acutissimi e stranianti. È un pop atipico il loro, a partire dal cantato, per la prima volta vivace ma sempre in bilico tra l’estasi e la malinconia, con una cadenza quasi infantile e fiabesca. Non mancano gli strumentali, ma sono ridotti a brevi brani classicheggianti per sola chitarra che separano le canzoni vere e proprie. Tra le più belle abbiamo il potentissimo singolo “Sunlight Bathed the Golden Glow”, uno dei loro pezzi più freschi e solari, la filastrocca “Spanish House” e il ghirigoro psichedelico di “Vasco de Gama”, con la voce di Lawrence mai così stoned e la chitarra simile a una specie di carillon, tra piroette e mulinelli. Il folk torna nei brani finali “Dismantled King is off the Throne” e nella morriconiana “Whirlpool Vision of Shame”. Il brano migliore è anche stavolta il più malinconico, ossia “Crystal Ball”, una ballata amara su cui aleggia un senso di tragedia immanente; è tuttavia una sensazione appena tratteggiata, mai esplicita e sempre in contrasto con la vivacità della musica. Qui abbiamo il capolavoro assoluto di Deebank, ossia un vortice continuo di jingle-jangle che cambiano a ogni giro di accordi fino al velocissimo assolo finale che stempera in pochi secondi tutta la carica emotiva del pezzo.

“The Strange Idols Pattern…” è uno degli album che hanno contribuito a codificare il linguaggio dell’indiepop inglese, anche se considerando nel suo insieme la parabola dei Felt, costituisce un caso unico nella loro discografia: di dischi con queste atmosfere e questa strumentazione non ne faranno più.

Ignite The Seven Cannons (Cherry Red, 1985 ****)

L’ultimo lp per la Cherry Red è un lavoro creativo e pieno di novità. I Felt sono ormai una band di culto, tanto da attirarsi le simpatie dei Cocteau Twins: la loro cantante Elizabeth Fraser è ospite alla voce in un pezzo mentre il chitarrista Robin Guthrie produce l’album, apportando il suo suono alle canzoni del gruppo. Altra novità è l’aggiunta di un tastierista (Martin Duffy, futuro membro dei Primal Scream) che d’ora in avanti sostituirà Deebank nel ruolo di gregario principale di Lawrence. I primi due pezzi sono Felt al cento per cento, tanto che potrebbero stare benissimo nel lavoro precedente, ma a livello sonoro siamo su un pianeta diverso: l’organo elettrico sostituisce la chitarra acustica creando un tappeto di sottofondo su cui si stendono le linee di chitarra. La differenza principale col passato sta che per la prima volta tutte le chitarre sono immerse nel chorus, creando assieme all’organo una pasta sonora profonda ma evanescente, in continua ebollizione, generando un effetto cattedrale che rende la musica del gruppo più solenne e meno introversa.

Le canzoni brillano ancora una volta, soprattutto “Primitive Painters”, che esplode in un ritornello estremamente luminoso, con le voci di Lawrence e Fraser perfettamente amalgamate (l’una bassa e sorda, l’altra vivace e dinamica). Gli strumentali tornano a rivestire un’importanza primaria, e sono tra gli episodi migliori del disco, come il dream pop strumentale di “Southern State Tapestry” e le jam “Textile Ranch” e “Elegance of an Only Dream”, con organo e chitarra che si alternano, rincorrendosi.

Il lavoro in sede di produzione non soddisferà Deebank, che dopo questo disco abbandonerà il gruppo per divergenze artistiche.

SECONDA PARTE

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