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martedì 26 maggio 2020

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Recensione : Pan Del Diavolo - Sono all'osso

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Titolo: Sono all'osso
Artista: Pan Del Diavolo
Etichetta: La Tempesta
Anno di uscita: 2010
Genere: Folk, Rock
Voto: 6

 

“Sono all'osso” è una secchiata d'acqua gelida. E' uno di quei cambi di inquadratura dei film dell'orrore che vi fanno schizzare dal divano (per la gioia del fortunato partner di turno a cui vi avvinghiate). E' qualsiasi cosa vi faccia uscire gli occhi dalle orbite e vi ammutolisca. Pieno di energia (forse anche troppa), questo disco si inserisce nella tradizione degli “urlatori” (Ghigo Agosti, Rino Gaetano) che tanto piacciono al Bel Paese; poco importa che stavolta la musica sia un grande revival di folk 'n roll e country, ciò che conta è agitare le masse e creare una grande forza dissacrante.

Bisogna prendere la macchina del tempo e tornare indietro di una sessantina d'anni, quando il virtuosismo era agli albori e il chitarrista più bravo era quello che riusciva a fare più baccano. Un ritorno alle origini, se vogliamo, per togliere tutti gli orpelli (primi fra tutti quelli elettronici) che nell'ultimo mezzo secolo hanno appesantito la musica e  riscoprire la vera essenza del rock: nervi, sangue, energia; come una pietra che rotola incontrollata e incontrollabile. In effetti, sia le chitarre che la grancassa a sonagli vengono suonate con una certa violenza, sembra quasi che i Pan del Diavolo abbiano preso alla lettera il significato di “percussione”. Lo scopo, però, è stato raggiunto: la musica ha proprio un bel tiro e tenere ferma la testa che vuole muoversi a ritmo è impossibile. Il mood, lo stile e il carisma non si discutono, questi ragazzi ne hanno da vendere.

Discorso diverso per la parte lirica, che appare un po' troppo furbetta e sembra ricalcare il filone “alternativo” che paradossalmente si è trasformato in moda. “E ci vestiamo come delle p******e e ci infiliamo nella nostra Cinquecento o Seicento che sia/rossetto rosso come piace a te, sono sicuro che per stanotte ti farò contento” (“Il centauro”), “Ho la tensione giusta per parlare a mio padre/ e vibrare i miei colpi d'amore quando capita/cattivo non dolce e gentile casuale ma Ciriaco/ voglio esser ricordato come cattivo” (“Cattivo”) sono solo degli esempi di come il voler essere alternativi a tutti i costi possa sfociare nei classicissimi stereotipi del menefreghista e dell'incazzato. Ciò detto, possiamo dire che se le chitarre sono state percosse, anche le corde vocali sono state maltrattate per il nostro diletto, sicuramente per più della metà del disco. La voce di una generazione oppressa, d'altronde, non poteva che essere un urlo di liberazione.

“Sono all'osso” è un disco convincente a metà. Lo stile piace e ha un'ottima presa, l'aura di anticonformismo e i testi che ne scaturiscono un po' meno. Di sicuro una prima prova di grande spessore, che assieme ad altri lavori indipendenti (cfr. Vinegar Socks) conferma un atteso e imminente ritorno in auge del folk.

 

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