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mercoledì 27 maggio 2020

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Recensione : Apparatjik - We are here

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Titolo: We are here
Artista: Apparatjik
Etichetta: -
Anno di uscita: 2010
Genere: Rock Pop
Voto: 8

 

Gli Apparatjik non sono un gruppo normale bensì un supergruppo, come si dice in gergo: un side-project, un progetto parallelo, di artisti già famosi nel pieno della loro attività creativa. E chi fa parte di questa band? Il bassista dei Coldplay Guy Berryman, il chitarrista e tastierista Magne Furuholmen proveniente dagli A-ha, il cantante e anch’egli chitarrista Jonas Bjerre dei Mew (band alternative danese) e il produttore Martin Terefe alla batteria.

“We are here” è il primo album degli Apparatjik ed è in distribuzione digitale in mp3 sul loro sito ufficiale, presto sarà acquistabile anche in versione cd + dvd. 

È un cd chiaramente dominato dai sintetizzatori, in cui anche la voce e i cori sono deformati. Qualsiasi confronto sfugge, siamo di fronte a un album a tratti innovativo, non commerciale, piacevole. Nel complesso troviamo una dualità di sonorità molto movimentate da una parte, calmi e rilassanti dall’altra: tale differenza non si rileva, come potremmo pensare, tra un brano e l’altro, quanto all’interno di uno stesso pezzo. La voce del cantante Jonas Bjerre è perennemente snaturata e spesso è amalgamata a cori, non di rado è in falsetto.

Entriamo nel cuore delle canzoni, anche se purtroppo non abbiamo potuto leggere i testi perdendo così un lato significativo, i titoli sono tutti particolari: da Electric eye a Supersonic sound, da Deadbeat a Datascroller.

Deadbeat fa da apripista. A forti colpi di piatti e percussioni, rigorosamente alterati, si affianca dopo parecchi secondi un coro eclettico per giungere, verso la fine, a un impulso di suoni, spari elettronici, urla.

Segue un brano più movimentato, Datascroller, dominato dalla batteria e da voci briose.

L’attacco di uno xilofono e di un tam tam segnala l’inizio di Snow Christals. Presto si accostano sonagli e tastiere, ma solo temporaneamente. Dopo settanta secondi strumentali ecco un coro rarefatto e la ripetizione di “dominus”; è uno dei pezzi più interessanti che ci lascia con una ghost track, con voci molto delicate e rilassanti.

Supersonic Sound è molto ritmato e delizioso, grazie alla voce meno deformata, più pulita e chiara; è una delle poche canzoni del CD in cui sono distinguibili con relativa facilità le parole pronunciate.

Una voce quasi generata da una macchina ci riporta emotivamente a Blade Runner… è invece Arrow Ad Bow. Dopo mezzo minuto parte una cadenza dopodiché cori in falsetto danno il via al brano che prosegue senza cambi di rotta.

A Quiet Corner parte con una voce artefatta accompagnata da suoni pizzicati, sembra una ninna-nanna, dimostra le capacità degli Apparatjik. Anche qui una traccia nascosta, molto sperimentale, che si contrappone al pezzo principale e che rende irrequieti.

Josie non ci ha colpito: regna un martellamento continuo e cori poco marcati, qua e là variazioni di poco conto.

Antlers presenta una voce molto quieta e suadente, scortata da un perdurante battito e dalla chitarra elettrica, che siamo riusciti a individuare con difficoltà! Verso la metà il brano diventa più attraente grazie alla musica incalzante (tastiere bellissime) e cori eterei per finire in un suono sporco, poi silenzio.

Siamo giunti a Electric eye, è il brano più lungo (6’’) ed è stato il primo singolo rilasciato a novembre, tre mesi in anticipo rispetto all’album. Appena diamo play ci ritroviamo in una sorta di pace interiore, tuttavia, ben presto “colpi di frusta” introducono un coro dalle voci rallentate e aspirate. S’intromette una chitarra elettrica che non ci lascia, se non più avanti quando tutto si stravolge: suono robotico e poi voci sommesse insieme a una pizzicata di corde senza alcuna percussione.

Look kids parte con batteria e colpi di tacchi molto energici ai quali si aggiunge un coro a dir poco fantastico. Questi elementi fanno di questo brano un inno alla gioia, da ascoltare e riascoltare con meraviglia. La parte finale è un’alternanza di suoni indistinguibili e distorsioni tali da voler desiderare il termine.

Quiz show è l’ultimo pezzo, l’undicesimo, stupendo.  Un elemento altamente godibile grazie soprattutto all’assolo di piano accompagnato in seguito da un soave complesso di voci. È un tripudio sempre più emozionante con la batteria che si aggiunge verso la metà; la traccia si arresta d’improvviso dopo un fugace coro.

Quest’ultimo pezzo ci induce a un riascolto che di certo non sarà neppure l’ultimo.

Possiamo affermare con sicurezza che gli Apparatjik non passeranno inosservati a orecchie alla ricerca di nuovi suoni ma sempre di alto spessore.

 

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