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sabato 28 marzo 2020

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Recensione : Shearwater - The Golden Archipelago

28.02.2010 - Anna Corrado



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Titolo: The Golden Archipelago
Artista: Shearwater
Etichetta: Matador
Anno di uscita: 2010
Genere: Indie-Rock
Voto: 7,5

 

 

Jonathan Meiburg ha da sempre prestato moltissima attenzione, incentrando anche i testi delle proprie canzoni, al rapporto tra l’uomo e la natura e a ciò che essa ha da sempre offerto all’essere umano; in particolar modo, Meiburg ha un vero amore per l’orintologia e non a caso, “Shearwater” nasce proprio da questa passione, essendo il nome di un uccello marino.

Jonathan fonda questo progetto proprio assieme al allora collega Will Sheff degli Okkervil River di cui lui stesso faceva parte come tastierista; dal 2006 gli Shearwater spiccano il volo in tutti i sensi con “Palo Santo”: in primis passando da side-project a realtà autonoma ormai svincolata dal gruppo di partenza, e in secondo luogo, producendo un disco scuro, ombroso, crepuscolare, dove tutto è ineffabile e coperto da una coltre di nebbia.

“Palo Santo” da inizio a quella trilogia che passa per “Rook”, dove si ricalcano i punti focali del precedente lavoro ampliandoli con una ricca strumentazione e delle sonorità iper-curate che tendono sempre più ad un “rock-malinconico”, imperniato nelle sempre presenti basi folk, e con un “sali e scendi” arabesco dato dalla sempre più sicura voce di Meiburg, e arriva a “The Golden Arcipelago”.

Jonathan sembra aver raggiunto l’apogeo: titolo, testi, art work, voce, atmosfere, convergono tutte in un unico punto focale rendendo ancor più l’idea del concept, iniziato con “Palo Santo” e “Rook”, avente ad oggetto la natura ed in particolar modo le minacce che gli uomini infliggono ad essa giorno dopo giorno, chiudendo il cerchio perfetto ed elevando il disco al di sopra dei precedenti.

Ci caliamo in questo “Arcipelago dorato” con un canto popolare (inno delle popolazioni delle isole Bikini) quasi a sembrare un lamento, una nenia, “Meridian”, che rinasce dando luce e colore con il ritmo scandito e la voce di Meiburg che sembra voglia accarezzare chi ascolta, dando conforto e speranza, mantenendosi in un caldo limbo che culla l’ascoltatore portandolo ai confini del reale, facendolo toccare con mano le emozioni che prova visitando quell’atollo al centro del Pacifico dove gli abitanti intonano ancora l’inno iniziale.

In “Black Eyes” la voce si fa solenne, il pianoforte martellante, il tutto volto a creare un’atmosfera quasi teatrale; “Landscape At Speed" è segnata da incalzanti percussioni e ritmi tribali, che rimangono incalzanti per tutta la durata del brano, trasportando lo spettatore all’interno di una eterea danza etinca.

Si passa per le note soavi, dipinte dalla voce di Jonathan che si adatta alla melodia segnata dalle note scandite del pianoforte, di “Hidden Lakes" quasi volesse suonare la tranquillità e la calma dipinta nell’art work del disco stesso.

Il ritmo si fa intenso, deciso, quasi frenetico con “Corridors”, la voce diventa teatrale, le parole ben definite, le onde si alzano, diventano abissali la natura si fa padrona, il tutto quasi volendo preparare l’ascoltatore al climax di archi presente in “God Made Me" dove ancora una volta le atmosfere diventano candide e distese: torna la calma.

“Runners of the Sun” prepara il terreno con le sue atmosfere ricche di speranza alla dolce e disincantanta “Castaways”, scolpita da un’incisiva melodia che si spezza a favore di tratti più vellutati quasi impercepibili.

Il disco si chiude con il trittico “An Insular Life", brano quasi “danzante”, "Uniforms” che ci accompagna nei lidi di questo arcipelago, prendendoci per mano fino a “Missing Islands", fragile epilogo che segna degnamente la fine del viaggio presentatoci da Meiburg e compagni, dove la musica, sola protagonista, ci dipinge con singolarità le emozioni provate dinnanzi alla bellezza della natura.

 

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