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Recensione : Le Vibrazioni - Le Strade del Tempo

08.03.2010 - Marcello Moi



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Titolo: Le Strade del Tempo
Artista: Le Vibrazioni
Etichetta: RCA - Sony
Anno di uscita: 2010
Genere: Pop-Rock
Voto: 4,5

 

Dopo quasi quattro anni dalla pubblicazione dell'ultimo album in studio (“Officine meccaniche”, 2006) Le Vibrazioni tornano con “Le strade del tempo”, disco che che segna una piccola rivoluzione nel sound della band. Nelle parole di Stefano Verderi, << […] ci avvicina ad un sound contemporaneo. Non abbiamo intenzione di tradire il nostro amore per il rock classico ma pensiamo sia giusto non essere troppo vincolati al vintage>>. Il sentiero pop (perché di fatto “sound contemporaneo” si traduce in una deriva pop all'italiana) è tutt'altro che inesplorato, il che rende fuori luogo parlare di “salto  nel buio” o di “sperimentazione”; Le Vibrazioni giocano quindi una carta che nella stragrande maggioranza dei casi si è rivelata vincente in termini di successo, un po' meno in termini di qualità. Non resta che ascoltare.
L'incipit non è dei migliori; “Va così” dovrebbe essere una canzone energica e pregna di spirito rock'n roll, ma il riff piuttosto scontato e un ritornello tutt'altro che incisivo non fanno balzare dalla sedia. Casomai ci fosse bisogno di farlo notare, gli assoli di chitarra sembrano definitivamente passati di moda. Meglio la seconda traccia, “Parlo col Vento”, un azzeccato incrocio tra Who e indie rock trascinato da un ritmo sincopato. Con “Respiro”,  primo singolo estratto dal disco, scendiamo invece in un imbarazzante baratro melenso che ha fatto la fortuna di molti artisti. Non è per la ballatona romantica, che è praticamente d'obbligo in ogni disco che si rispetti, ma perché iniziamo a sospettare che la “vicinanza ad un sound contemporaneo” di cui parlava Verderi voglia celare uno scopiazzamento indiscriminato dalle peggiori icone pop degli anni '00. In questo caso, la sensazione di ascoltare una versione rimaneggiata di “Beautiful” (proprio lei, Mrs. Aguilera) è molto più che epidermica.
Fortunatamente “E volar via”, canzone in puro stile “Le vibrazioni”, ci riporta indietro di qualche anno e ci fa gustare quel culto della dissonanza di cui sentivamo la mancanza. Senza dubbio il momento più alto del disco, che dalla metà in poi arranca tra Franz Ferdinand di primo pelo (“Le strade del tempo”), passando Skin  (“Le sirene del mare”) e arrivando infine a “Come ieri”, brano acustico abbastanza sui generis ma gradevole, perfetto per una buonanotte e impreziosito da una delicata incursione di arpa nel finale.
Nonostante più di un momento brillante, non si può certo dire che siamo di fronte a un bel disco, anzi. Evidentemente dopo il parziale insuccesso di “Officine meccaniche”, album molto sperimentale e coraggioso (ricordate “Drammaturgia”, con il cammeo di Paolo Bonolis nel video?), Le Vibrazioni hanno preferito percorrere un sentiero già battuto; una scelta, questa, che non è necessariamente da condannare, ma che diventa abbastanza deludente se si esaurisce in una carrellata di canzoni che spizzicano qua e là dal repertorio pop dell'ultimo decennio, senza aggiungere nulla di nuovo al panorama musicale. Peccato, ci saremmo aspettati qualcosa di più da un gruppo che ai suoi albori colpiva per la  fantasia degli arrangiamenti e dello stile.

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