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sabato 19 settembre 2020

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Recensione : Vivianne Viveur - Rain Feelings

08.03.2010 - Marcello Moi



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Titolo: Rain Feelings
Artista: Vivianne Viveur
Etichetta: My Fay Records
Anno di uscita: 2010
Genere: Alt Rock, Noir Rock
Voto: 7,5

 

Non è un disco facile questo “Rain feelings”, lo si capisce già dal titolo. Non è un “sole, cuore, amore” che fa passare tutti i problemi come per magia. Inguaribili ottimisti e romanticoni... sciò, a meno che non vogliate provare una musica che semini il dubbio e l'incertezza dentro di voi. Inequivocabilmente influenzati dai Radiohead, i Vivianne Viveure ci fanno percorrere un sentiero d'altri tempi composto da dodici tracce di noir rock.
Gusto retrò e Inghilterra, patria adottiva di questo gruppo italianissimo, si fondono in “Victorian Rain”, punto di partenza di questo cammino. Echi lontani, un pianoforte dissonante e una voce imbottita di effetti fanno spazio a una melodia che piano piano si fa sempre più chiara; poi anche la voce sparisce, lasciandoci trenta secondi finali di violoncello. C'è sempre lui, Thom Yorke; la sua ombra è presente in quella voce un po' lamentosa e a tratti anche stonata. Ma il dubbio, che lacera e confonde, è tutt'altro che armonioso. Nessun dubbio invece sul retaggio shoegaze di “Hard reeling”, vincente  combinazione di una strofa sospesa e di un ritornello straziante. Strizza l'occhio ai The Cure e ai Joy Division questa traccia, un matrimonio con gli anni '80 simbolicamente sugellato dal suono secco e sordo del rullante vintage. In questo clima un po' cupo sembra quasi fuori posto “Daydream Syndrome”, mellifluo scorrere di archi e pianoforte sul quale si incastra una batteria presa in prestito da Pink Floyd per via dell'uso intenso dei piatti. “You had always had to run away”, primo singolo di questo album, è l'incertezza fatta canzone: prima ci culla con un arrangiamento di archi, poi ci lascia in bilico con quell'accordo fuori posto che chiude il ritornello. Basta un accordo per cambiare il senso di una canzone; non c'entra niente quel dannato accordo, non ce lo aspettiamo, ed è proprio per questo che ci lascia così. Non si può nemmeno parlare di emozioni, perché rimaniamo con un qualcosa di incompleto che non riesce completarsi nemmeno alla fine della canzone. Siamo sempre lì, in balìa di quello che c'e' dopo.
Coraggiosa la scelta di presentare un lavoro del genere in un periodo in cui la ricetta anticrisi sembra essere l'ottimismo più viscerale; d'altra parte, però, i Vivianne Viveur non sono dei novizi usciti dal nulla con un'idea bizzarra, ma un solido gruppo con ben due album alle spalle. La crescita rispetto ai lavori precedenti c'è ed è molto consistente, ma manca ancora il taglio del cordone ombelicale che lega il loro stile a quello di Yorke e soci. In ogni caso, un lavoro davvero ben fatto, coerente con le altre produzioni della band e che ha nella manica la carta vincente della riscoperta degli anni '80.

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