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domenica 20 settembre 2020

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Recensione : Gorillaz - Plastic Beach

21.03.2010 - Federico Romagnoli



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Titolo: Plastic Beach
Artista: Gorillaz
Etichetta: Parlophone
Anno di uscita: 2010
Genere: Electro, Hip-Hop, Indie Pop
Voto: 7,5

 

 

La cosa non ha pesato troppo perché di singoli azzeccati ha continuato a pubblicarne a getto continuo, ma a ben vedere Damon Albarn non riusciva a realizzare un disco che reggesse per intero da oltre dieci anni. Lavori come “13” e “Think Tank” dei Blur erano ingombranti e seriosi, oltre a perdersi in mille lungaggini, mentre i due vecchi capitoli dei Gorillaz non riuscivano a sfoderare compattezza alcuna, risultando più che altro simpatiche accozzaglie di featuring. “Plastic Beach” centra invece il bersaglio, come al damerino del pop britannico non avveniva da quel “Blur” targato 1997, e lo fa puntando sull’omogeneità del sound. La componente hip-hop che da sempre caratterizza il progetto permane, appaiata a basi electro riprese dagli anni Ottanta più stilizzati (ancor più che al synth-pop britannico viene da pensare all’underground italo-disco e alla scena electro americana) e a tinte esotiche che conferiscono alla tela una visione policroma, scongiurando la monotonia. Non c’è molto altro da dire sull’opera come insieme, perché questa è la formula alla base di ogni brano che la compone. Il gioco è poi tutto nel diverso dosaggio degli ingredienti: così l’assalto italo-disco nella base di “Stylo” viene stemperato dal rapping in lontananza di Mos Def e dall’esorcismo soul di Bobby Womack, la cui voce sembra non conoscere l’usura del tempo e si oppone in un grandioso incastro di timbri all’atmosferico mugugno di Albarn. “Empire Ants” è spaccata a metà fra un’intro lounge-pop per chitarra acustica e delicati riflessi pianoforte, e un’imponente esplosione sintetica che la trasforma in un labirinto di cristalli, custodito dalla voce aliena di Yukimi Nagano. In “Glitter Prize” c’è Mark E. Smith, che si ritaglia un piccolo spazio bofonchiando qualcosa mentre tutto intorno avanzano apocalissi cyber e i sintetizzatori sfrigolano come demoni. “On Melancholy Hill” è un placido brano electro-pop condito da giochi vocali – ora corali ora vocoderizzati – che mostrano una fantasia esuberante.

Non tutti i pezzi si ripetono a simili livelli: “Superfast Jellyfish”, con Gruff Rhys e i De La Soul, è anzi un vero e proprio scivolone, con  le ipotesi melodiche delle parti vocali soffocate da rumorini insistenti e di dubbio gusto. Sono però crepe ben perdonabili, perché il disco ci mostra un musicista ancora in grado di sorprendere, benché sulla breccia da vent’anni: scusate se è poco.

 

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