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sabato 28 marzo 2020

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Recensione: Laura Marling - I Speak Because I Can

12.04.2010 - Anna Corrado



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Titolo: I Speak Because I Can
Artista: Laura Marling
Etichetta: Virgin
Anno di uscita: 2010
Genere: Songwriting
Voto: 7

 

 

Laura Marling: bionda, graziosa sempre accompagnata dalla sua fedele chitarra acustica, sembra una giovane ragazza ribelle, nata esattamente vent’anni fa nata nell'Hampshire, conterranea di Jane Austin e Charles Dickens si adopera per tenere alto il nome della sua piccola contea nel sud della Gran Bretagna, allettando gli amanti del cantautorato folk con la sua soave voce già dall’età di diciotto anni con l’uscita di due ep ( “London Town” e “My Maniac and I”).

Il grande passo viene fatto nel 2007 con l’uscita del suo primo full length “Alas I Cannot Swim”, disco paradossale, ironico, a metà tra il cantautorato folk classico e il brit – pop; la carriera della giovane folk singer prosegue attraccando in nuovi lidi inesplorati del cantautorato nel 2010 con l’album “I Speak Because I Can” dove la Marling da prova di essere una personalità del tutto promettente.

“I Speak Because I Can” si presenta come un album maturo, dalle mille sfaccettature, colorato e uggioso, deciso e introverso.

"Devil's Spoke" apre le danze con un crescendo di banjo e chitarre che si fanno da protagonisti assieme all’esplosione vocale della Marling il tutto volto a creare una calda e colorata atmosfera e a trasportare l’ascoltatore in lidi sperduti, in qualche angolo di mondo, all’interno di una tribù durante una etnica danza.

Seguono “Made by Maid” e “Rambling Man” pezzi che ricordano anche al più distratto ascoltatore una delle regine del cantautorato femminile, Joni Mitchell. L’arpeggio delle chitarre fa da sottofondo alla ormai matura voce di Laura.

"Blackberry Stone" si discosta dalle precedenti: la Marling si fa spazio tra chitarre e aperture di violini, sfiorando, accarezzando e trasportando l’ascoltatore in paesaggi solitari dai colori pastello e qualche squarcio di luce brillante.

Non vengono abbandonate le melodie del violino nemmeno in “Alpha Shallows” dove le note pizzicate di questo strumento donano ancora una nuova sfumatura alla classe della cantautrice e diventano orchestrali nella malinconica “Goodbye England” dove Laura diventa pittrice, disegnando con le parole un suggestivo scenario immerso nella neve (Winter was on us at the end of my nose /But I never love England/More than when covered in snow).

“Hope in the air” sembra quasi una filastrocca che con il suo ritmo dolce, risuona cantilenando: “not hope in the air, no hope in the water, not even for me” in un climax di intensità dato dalla voce della Marling.

La malinconica “What he wrote” apre la strada introducendo con le sue note “Darkness Descends" dal ritmo incalzante e movimentato esce dalle note cupe regalando focali punti di luce al disco.

L’album si chiude con la title track, “I speack Because I can” sicuramente uno degli apici del disco dove ancora una volta la nostra cantautrice britannica riesce a dare prova di non aver fatto un disco “mediocre” nonostante la giovanissima età.

Se “Alas I Cannot Swim” si presenta come un disco dalle mille forme, studiato con particolare precisione, quest’ultimo lavoro è frutto dell’evoluzione di Laura, più introspettivo e “improvvisato”, un album non “immediato” che dev’essere studiato e ascoltato più volte dall’ascoltatore per essere capito.

 

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