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lunedì 21 settembre 2020

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POPSONGS #1 - Tom Jones

02.05.2010 - Federico Romagnoli



POPSONGS #2 - Classics IV

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POPSONGS #4 - Bobbie Gentry

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POPSONGS #3 - Roman Grey: "Look Me In The Eyes" (1982)

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Grande piaga che ha sottomesso gran parte degli appassionati di musica dagli anni Sessanta in poi, l'"albumcentrismo" ha impedito a molti nomi di spicco della pop-music la nascita di un culto proporzionale alla propria fama. Se a parità di successo commerciale oggi i classici del rock anni Sessanta vantano un seguito maggiore di quelli della black-music o del country, è perché nel corso del tempo i primi hanno accumulato una considerazione che ai secondi è stata in parte negata. In sostanza, chi ha saputo creare almeno un disco divenuto classico, vanta una considerazione complessiva superiore a chi non c'è riuscito (anche se magari, sparse qua e là, ha pubblicato cinquanta grandi canzoni). E' una percezione del tutto distorta, di cui ancora oggi non riusciamo a liberarci, nonostante la crisi di vendite degli album. Tutto ciò ovviamente non significa sminuire il formato-album, che tante pietre miliari ci ha regalato, significa semmai restituire dignità alla singola canzone, riconoscerle una indipendenza e un valore troppo spesso negati.

 

"The Best of... Tom Jones" (Deram, 1997)

Come per tanti artisti degli anni Sessanta, dal pop al country al soul, gli album di Tom Jones sono nati più o meno tutti nella stessa maniera, con il produttore e gli autori di turno intenti a portare il minutaggio intorno ai trenta-quaranta minuti, partendo da un paio di canzoni vincenti intorno a cui sarebbe ruotato gran parte del successo. Nessuno fra i suoi album è quindi denso di grandi pezzi, ma ogni suo album contiene almeno una pietra miliare: una raccolta che le unisca tutte risulta quindi irrinunciabile. Questa della Deram è la migliore fra le innumerevoli immesse sul mercato fino a oggi: si concentra per oltre la metà sugli anni Sessanta, prosegue con i saltuari (ma gustosi) hit dei Settanta, e si ferma al 1988, con il featuring per gli Art of Noise, ultimo singolo del Nostro nella classifica americana. Sono esclusi, in quanto successivi all'antologia, i brani che hanno scosso il mercato europeo fra la fine degli anni Novanta e l'inizio del decennio successivo, tutti indistintamente scadenti.

Fra il 1965 di "It's Not Unusual" e il 1988 di "Kiss", Jones ha avuto ventisette hit nella top-40 britannica e diciannove in quella statunitense. La raccolta contiene ventidue brani, e praticamente tutti i grandi classici. Soffermiamoci su alcuni di essi.

"Chills And Fever" (1964)

Grazie al manager Gordon Mills, in seguito anche suo autore, Jones firma il contratto per la Decca che lo porterà al successo. "Chills And Fever" passa li per lì inosservata, ma si tratta di una grande canzone: ibrido di r&b e beat, si apre con un assordante riff d'organo e prosegue fra taglienti evoluzioni chitarristiche, mentre Jones si avventa sul microfono, ulula, si contorce. Un brano bastardo e conturbante, forse troppo viscerale per il pubblico pop del 1964.

"It's Not Unusual" (1965) GB #1, USA #10

Musicata da Les Reed, uno dei più prolifici e talentuosi autori degli anni Sessanta (suoi titoli del calibro di "There's A Kind Of Hush" della New Vaudeville Band, "Here It Comes Again" dei Fortunes, "Tell Me When" degli Applejacks), consiste in due minuti di roboante r&b, con accortezze in fase di arrangiamento che profumano già di funk. Essendo però più fluido rispetto ai contemporanei brani di James Brown, è facile intuire perché a quelli venga riconosciuta maggior importanza: il funk è in fin dei conti un corpo sincopato, "It's Not Unusal" invece scatta con la scioltezza di una gazzella. Si potrebbe poi malignare sul fatto che Brown dirigesse la creazione della propria musica, mentre Jones ne fosse solo interprete: ciò non inficia però i meriti del brano, la cui rilevanza storica è stata probabilmente sottovalutata. Gli sprazzi dei fiati che inciampano sulle chitarre, shakerate con gran vivacità, e l'hand-clapping che copre la batteria, danno un senso di ritardo ritmico che si muove nella stessa direzione di "Papa's Got A Brand New Bag". La voce di Jones, densa di soul e passionale, culmina verso 1'15'' in una evoluzione a pieni polmoni, in cui il testo recita "why can't this crazy love be mine?", sottolineato dai fiati che finalmente discendendo, dopo aver incalzato la sezione ritmica per tutto il brano. Una costruzione raffinatissima, per lungimiranza e freschezza rimasta probabilmente insuperata nella carriera di Jones, e con pochi uguali fra le canzoni anni Sessanta. 

"What's New Pussycat?" (1965) GB #11, USA #3

Scritta e prodotta dalla coppia Bacharach/David per il film omonimo, rese Jones una superstar sul mercato americano. Si tratta di uno stralunato vaudeville, una marcetta sorniona che sembra sfottere l'ascoltatore a ogni "bop" della tuba che accompagna la sezione ritmica. Non che Jones sia da meno: teatrale, cadenzato, sopra le righe, pienamente immerso nello spirito della canzone. Quando sottolinea le parole "eyes", "delicious", "wishes" e "lips" alla fine dei rispettivi versi, è impagabile.

"Green Green Grass Of Home" (1966) GB #1, USA #11

Standard country, la versione di Jones rimane a oggi la più famosa. Britannicizzata mediante eccessi corali tipici delle produzioni easy listening inglesi dell'epoca, la canzone sfoggia comunque un pianoforte honky tonk leggero e carezzevole. L'interpretazione accorata di Jones fornisce la marcia in più.

"Delilah" (1968) GB #2, USA #15

Di nuovo Les Reed dietro le quinte, è il pezzo più schizofrenico di Jones. La parte strumentale è un incredibile crogiuolo di stili: si apre con pugnalate orchestrali che rappresentano quanto di più drammatico il pop dell'epoca abbia offerto (ne ritroveremo le dinamiche nei brani di Barry Ryan, effimera ma accecante cometa del pop inglese), nel ritornello muta in un festoso ritmo da balera che ingloba tanto la musica mediterranea quanto la tradizione messicana (evidente nelle evoluzioni dei fiati). Le due sezioni del brano creano un contrasto sorprendente, in cui la voce di Jones trionfa facendo da collante.

"She's A Lady" (1971) GB #13, USA #2

Firmata da un insospettabile Paul Anka, è forse l'ultimo capolavoro di Jones. L'arrangiamento è formidabile: una massiccia sezione ritmica funk, i fiati mai così in equilibrio nel sottolineare tanto il ritmo quanto la melodia, i ricami di chitarra (sublime il lamento reiterato e urticante che si propaga negli ultimi cinquanta secondi), e la sensazione generale di essere arrivati alla disco-music due-tre anni prima che questa prendesse forma. Un pezzo straordinario, autentico labirinto di sfumature corali e strumentali.

Fra i maggiori successi di Jones ci sono anche traduzioni di brani italiani anni Sessanta, quali "Help Yourself" ("Gli occhi miei"), "Love Me Tonight" ("Alla fine della strada") e "I Who Have Nothing" ("Uno dei tanti"), che dimostrano impietosamente quanto gli arrangiatori inglesi fossero in linea di massima più capaci dei nostri, oltre a vantare una qualità di incisione nettamente superiore.

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