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martedì 26 maggio 2020

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Recensione: Grenouille - In Italia Non Si Può Fare la Rivoluzione

17.05.2010 - Giulia Lubian



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Titolo: In Italia Non Si Può Fare la Rivoluzione (EP)
Artista: Grenouille
Etichetta: Via Audio Records
Anno di uscita: 2010
Genere: Indie Rock, Alt Rock
Voto: 7,5

 

I Genouille ci regalano un secondo assaggio dopo “Saltando dentro al fuoco”: ecco “In Italia non si può fare la rivoluzione” EP fresco d’uscita.

La title track si apre con una battuta presa in prestito, citazione kubrickiana che rimanda a una vicenda assurda e grottesca. Due aggettivi calzanti anche per definire il nostro Paese, dove “non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”. Ce lo dice la voce insinuante e agrodolce di Marco Bugatti, che alla rabbia violenta dei primi giorni sembra aver ormai sostituito la consapevolezza ironica e un po’ gattopardesca del cambiare tutto per non cambiare niente. E frusciano i Pixies dietro a questo ritmo suadente e accattivante che rimane subito familiare.

Ascoltando invece “Il porno è la democrazia” è impossibile non pensare agli Afterhours, influenza dichiarata del gruppo. L’atmosfera è vibrante e calda, le parole gocciolano umide in un’aria densa di vapore. La voce di Bugatti sussurra allusiva e si sofferma su una frase, ne soppesa le sfumature. Ci invita a fare altrettanto, a interrogarci su ciò che ci circonda, tenendo a mente quanto l’ovvio non esista.

Poi i Grenouille riescono a cambiare ancora: “Diluiscimi nel sangue” ha un suono ruvido, una canzone che gratta e graffia, la voce che si fa pozza d’acqua sporca e velenosa. Ancora gli Afterhours nelle parole e nelle ombre, ma anche la buia violenza dei Ministri. Un rantolo sordo che colpisce dritto nello stomaco.

Infine la quarta traccia è l’interpretazione de “I fiori” degli amici Pan Del Diavolo. Due sole immagini per raccontare il dramma di un’intera storia: un idillio di sogno e luce abilmente evocato; la realtà d’incubo che vi irrompe con disarmante semplicità.

Concludendo, i Grenouille ci propongono un antipasto sfizioso e poliedrico, lasciandoci con l’acquolina in bocca a chiedere: “Che ce n’è ancora?”.

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