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domenica 20 settembre 2020

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POPSONGS #4 - Bobbie Gentry

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Bobbie Gentry viene troppo spesso ridotta a "Ode To Billy Joe", quando vanta uno dei canzonieri più ricchi e atipici fra i cantautori degli anni Sessanta. Non è l'unico luogo comune che la riguardi: Gentry è da tutti ricordata come cantante country, ma a ben vedere non è mai stata particolarmente amata dal pubblico di genere. Trattandosi di un target spesso conservatore, non c'è da stupirsi per la scarsa ricettività verso chi ha tentato commistioni con pop e gospel, ipotizzato ritorni al blues, colorato il tutto di esotismo, e fatto uso di sonorità cristalline e orchestrazioni ardite, molto più vicine a quelle baroque-pop che a quelle countrypolitan.

A ogni buon conto, anche volendo riportare alla luce le gemme meno conosciute del repertorio, l'incontro con "Ode To Billy Joe" risulta imprescindibile: troppo tipica, densa, ricca, ben costruita. Pubblicata come 45 giri nel luglio del 1967, arrivò al numero 1 di Billboard dopo appena un mese, scalzando "All You Need Is Love" dei Beatles. Due mesi dopo salirà in vetta anche l'album, dal medesimo titolo.
Si tratta con ogni probabilità del più noto esempio di letteratura southern gothic applicata a una canzone pop. La storia è diventata ormai parte dell'immaginario americano, dando origine a adattamenti su pellicola, parodie e rivisitazioni. Narrata in prima persona, la vicenda vede una ragazza rientrare a casa per il pranzo dopo aver passato la mattina a raccogliere cotone. A tavola con il resto della famiglia, fra le chiacchiere quotidiane e le frasi di rito, la madre svela una notizia appresa poco prima: la morte di Billy Joe MacAllister, ragazzo del paese, gettatosi nel fiume da un ponte. Lo svolgimento mescola tragedia e vita sociale mediante vignette grottesche: "And Papa said to Mama as he passed around the black-eyed peas: Well, Billy Joe never had a lick of sense, pass the biscuits, please... there's five more acres in the lower forty I've got to plow" è l'apertura della seconda strofa. La descrizione del pranzo e le riflessioni sulla notizia si disturbano a vicenda con un realismo spietato, senza alcuna messa in scena. Il finale è distruttivo: dopo aver fatto intuire una forte amicizia fra la protagonista e Billy Joe, la narrazione compie un balzo temporale di un anno, e ci fa ritrovare il padre morto per un'infezione e la madre distrutta dal dolore. La ragazza passa ora il suo tempo gettando fiori dal ponte del suicidio. Il verso che svela questo tratto è basilare: "And me, I spend a lot of time pickin' flowers up on Choctaw Ridge, And drop them into the muddy water off the Tallahatchie Bridge". L'immagine dei fiori che affondano lentamente nelle acque stagnanti sovrastate dal ponte, sintetizza alla perfezione la staticità della provincia americana, un non-luogo universale in cui la vita scorre rattrappita, soffocata, in cui qualsiasi tipo di scossone appare surreale, fuori posto, come sottolineato in apertura: "Seems like nothin' ever comes to no good up on Choctaw Ridge, and now Billy Joe MacAllister's jumped off the Tallahatchie Bridge".

Non è solo il potere evocativo del testo a aver creato il mito di Billy Joe: lo strato strumentale fa di tutto per accentuare i colori dove necessario. Gentry e l'arrangiatore Jimmie Haskell crearono una commistione sorprendente: il passo della chitarra è del tutto sghembo a causa di una anticipazione sul secondo levare, che inietta nell'andamento blues un sapore quasi bossa. L'orchestra va e viene, con vampate maestose piazzate sistematicamente in coda ai versi, rigonfiandone l'enfasi e dipingendo lo scenario con una solennità che stride in maniera fragorosa sia con i tratti grotteschi della fase centrale, sia con l'apatia del finale.

Un ottimo compendio dell'arte di Bobbie Gentry è dato dall'antologia "An American Quilt 1967-1974", pubblicata nel 2002 dalla Raven. Contiene ventisei brani, fra i quali sette degli otto originali scritti per l'album di culto "The Delta Sweetie" (Capitol, 1968), probabilmente la sua miglior prova su 33 giri, o almeno quella con le sperimentazioni più insolite. Mediante eterei rivoli orchestrali e intense discese d'eco, "Reflections" e "Courtyard" sembrano piccole anticipazioni dream-pop più che brani country. Sono momenti di malinconica intensità, bilanciati brillantemente dal focoso blues di "Okolona River Bottom Band", propulso da fiati, percussioni e chitarre shakerate. Trovano poi spazio pop barocco ("Jessye' Lisabeth") e bislacche marcette ("Penduli Pendulum"), mentre risultano assenti i leggendari duetti con Glen Campbell, unica pecca della raccolta. L'ultimo hit di Gentry fu "Fancy", affacciatasi nella top-40 USA all'inizio del 1970. Il brano torna a fare i conti col southern gothic, raccontando una ragazzina costretta alla prostituzione dalla madre, in difficoltà economica. Superba la parte strumentale, caratterizzata da stratificazioni di archi, fiati, chitarra acustica, piano r&b e cori gospel.

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