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lunedì 21 settembre 2020

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Live Report: Wilco + Retribution Gospel Choir @ Auditorium Parco della Musica, Roma

31.05.2010 - Edoardo Iervolino



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Chi ci legge da tempo sa che viviamo i concerti in un modo un po’ particolare: non ci scriviamo le scalette, non ci perdiamo in fronzoli tecnici - il filo gracchiava, il chitarrista non era in serata, la tastierista era caruccia ma non sapeva nemmeno la scala di Do maggiore, le luci erano mal gestite. Cerchiamo “soltanto” di viverci un concerto, due orette di vuoto cosmico rispetto alla nostra quotidianità, alle politiche economiche e ai rapporti interpersonali. Del concerto dei Wilco potrei starne a parlare per ore: in queste due orette si sono susseguiti brani, pezzi di vita, estratti d’emozione, con cui potremmo essere sazi per una stagione intera.

Chi ha perso questo concerto non deve far altro che - ora, leggendo questo articolo - fustigarsi, chiedersi il perchè della propria mancanza. Ebbene sì: abbiamo avvertito quella bellissima sensazione di essere, per una sera almeno, al centro del mondo della musica.

Dopo la convincente apertura dei Retribution Gospel Choir, progetto parallelo di Alan Sparhawk dei Low, sono stati i Wilco a tenerci compagnia: la sensazione era di stare a casa propria, completamente a proprio agio, davanti a sei mostri musicali, a gente che della vita ne sa parecchio e non fa nulla per nascondersi, fortunatamente. 

Strato sonoro su strato sonoro, i Wilco hanno esibito la loro maestria compositiva: bastava che sottraessero un effetto, uno strumento, una nota per passare da un genere all’altro. Abbiamo sentito country, folk, americana, lo-fi, noise, ambient, hard rock. Abbiamo sentito, dunque, i Wilco. Abbiamo apprezzato un Jeff Tweedy illuminato, orgoglioso del suo prodotto artistico, e abbiamo capito, vedendo finalmente dal vivo Nels Cline, un vero marziano, da dove Mr. J. Greenwood trae ispirazione per le sue composizioni scompigliate. Abbiamo sentito aromi di musica di qualche tempo fa - da Springsteen a Sonic Youth e Dinosaur Jr - e gustato della loro completezza musicale. 

Per la cronaca i momenti più alti sono stati la contemporeanea "Impossible Germany", “Handshake Drugs” e “Via Chicago”, disturbata da sconvolgenti incursioni nel noise più spinto.

Qualcuno osa sperare che tra dieci anni i Radiohead, l’unica band che, come i Wilco, riescono a condurre le danze del concerto dettando ad ognuno emozioni da elaborare, diventino simbolo di un modo unico di fare musica, proprio come la band di Chicago. Non avranno fatto 35-38 brani, come hanno fatto nella tounèe americana, ma abbiamo goduto lo stesso di uno spettacolo irripetibile. Chi vi dice il contrario o mente o vuole consolarvi dal mancato acquisto del biglietto. Noi continuiamo a sorridere, alla faccia di chi non c’era. 

 

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