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martedì 31 marzo 2020

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Recensione: Horse Feathers - Thistled Spring

31.05.2010 - Anna Corrado



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Titolo: Thistled Spring
Artista: Horse Feathers 
Etichetta: Kill Rock Stars
Anno di uscita: 2010
Genere: Contemporary Folk
Voto: 7,5

 

«An old love of mine to wed the worst man she finds.

A blossom that’s bloomed, in a house that’s a tomb,

trapped in the rhododendron fumes.

Bit by the Spring,
Hurt by the thing,

Plagued by the memories
that it brings.»

 

Si apre cosi “Thistled Spring”, con una title track che fa scendere una lacrima anche al più duro ascoltatore. Stiamo parlando del terzo disco uscito con la firma “Horse Feathers”, quartetto capitanato da Justin Ringle, proveniente dalla piovosa e umida Portland, nell’Oregon. Justin in questo album presenta le sue canzoni con grandi arrangiamenti, mai banali, presentati quasi al “rallentatore” proprio per trasportare in momenti meditativi, in terre deserte, dove a sprazzi compaiono i fantasmi della propria coscienza.

Il tutto si muove tra le note di un folk acustico, caratterizzato dalla malinconia di un solitario banjo e dei sempre presenti violino e violoncello pizzicati dalla soave voce di Ringle che accarezza l’udito degli ascoltatori. A questi momenti corrispondono altrettante atmosfere date da brevi passaggi di percussioni dando un tono più deciso all’intero lavoro. In "Starving Robins", per esempio, la chitarra ha abbracciato Ringle portandola ad accarezzare le note di violino e violoncello che avvolgono l’ascoltatore portandolo al centro della canzone. “Belly of June” fa risaltare un prepotente banjo in un climax di intensità lasciando spazio alla performance iniziale di Justin in “Cascades”, timida, dolce e limpida.

Uno degli apici del disco è proprio raggiunto dal trittico “The Bed”, “The Drought” e “Vernonia Blues” dove si alternano combaciando perfettamente le parti strumentali e vocali, dimostrando e confermando la perfetta empatia tra i membri del gruppo e dove viene esaltata la figura del non irrilevante percussionista. Si passa poi per “As a ghost” dove Justin da il massimo alternando incisività a momenti “viscerali” accompagnati da solitarie note di piano che introducono “The Windower” che accompagna l’ascoltatore in un finale senza prezzo con una melodia che dipinge a tinte scure paesaggi inesplorati.

Il disco si chiude con le parole «Dear lonely man the reason you are stunned, You’re born to a town that always eats it’s young With a pious patience please wait for that wife By winter’s end you may come back to life» che racchiudono l’intero significato dell’album, rappresentato alla perfezione nell’artwork: un groviglio di rami e fiori.

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