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sabato 19 settembre 2020

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Live Report: Capoband+Toxick+Emiliano Pari @ Contestaccio

07.06.2010 - Marcello Moi



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Contestaccio, ore otto. Inizia tra bruschette, pennette all'arrabbiata e fiumi di Menabrea una serata all'insegna della musica all'apparenza come tante altre. In un mix di chiacchiere e sigarette, presto ci si rende conto che il leitmotiv di questa domenica  (“Alettopresto”) sarà destinato a perdersi per strada; d'altronde, da quando i concerti cominciano in orario? “Alettoallasolitaora” dunque, ma per chi frequenta i locali della nostra capitale il sonno non è un problema. Gli aperitivi si trasformano in cene (nel frattempo arrivano pure gli affettati e i formaggi, perchè la fame di musica non è l'unica a dover essere placata) e i soundcheck preannunciano l'inizio del concerto; finalmente la serata comincia a svelare la sua identità. Ad aprire le danze saranno i Capobanda e il loro cantautorato italiano, seguiti dal punk-rock dei Toxick e dal progetto soul-funk di Emiliano Pari e della sua band. In quest'ordine, sembrerebbe quasi un viaggio che dal cuore dell'Italia arriva direttamente negli Stati Uniti passando per il rock, probabilmente la lingua più internazionale e più parlata al mondo, molto più dell'inglese e del cinese. 

Si spegne la musica di sottofondo e in lontananza si sentono distintamente i canonici quattro colpi di bacchette. Ore nove e un quarto, si comincia. 

Capobanda

Antonio e Salvatore Capobianco, alias “Capobanda” (coadiuvati sul palco da Emanuele, Enzo, Dario, Christian e Stefano), hanno il difficile compito di smuovere a colpi di folk all'italiana un pubblico inchiodato alle sedie. Influenzati in modo determinante dal ventennio '60-'70, i Capobanda sono anche una tribute band di Rino Gaetano; per distinguere quest'ultimo progetto, tuttavia, la band si esibisce sotto il nome di “Seiottavi” quando è chiamata a suonare soltanto cover. L'influenza del grande Rino si sente a partire dalla voce roca di Antonio, ma il suo spirito è presente anche nei testi tragicomici e nella musica scanzonata quanto basta per sdrammatizzare i temi trattati. Da segnalare un disco all'attivo (“Alla corte del Re maggiore”) e una esibizione in Rai nel corso del programma “Settenote” (sia le canzoni che il video sono presenti sul loro Myspace).

Quella dei Capobanda è una musica che punta più al cuore che alle orecchie. E' una musica italiana nel vero senso della parola, e non ci riferiamo all'arte del bel canto: nei loro testi è sempre presente una tensione irrisolta tra la rassegnazione per la situazione in cui versa il nostro paese e, nonostante tutto, l'amore per una terra unica al mondo. Citando proprio una loro canzone, “ma l'Italia resta giù col suo mare sempre blu”; emblematica in questo senso “Al limite”,  una ballata quasi eroica che parla di vite allo sbaraglio ma che nonostante tutto continuano ad andare avanti senza rassegnarsi. Salvatore e Antonio cantano in modo scanzonato ma incredibilmente profondo e graffiante, è come se improvvisamente il Contestaccio si fosse trasformato in  un' immensa spiaggia e loro fossero i chitarristi che cantano attorno al falò per il nostro diletto. Culmine di questo viaggio nel Belpaese è “Il '78”,  un anno dove ne sono successe davvero di tutti i colori, dalla scomparsa di Peppino Impastato alla costruzione di “Milano 2”... ma soprattutto, in quell'anno “qualcuno cantava Gianna a Sanremo”. 

Quasi un'ora di atmosfera al limite tra il ricordo e il mito di una generazione veramente libera fanno un certo effetto, e quando i Capobanda scendono dal palco veniamo bruscamente riportati alla dura realtà: ripensiamo a “Francia e Spagna” sentita pochi minuti prima, e dirigendoci verso il bancone in cerca di una birra non possiamo evitare di canticchiare “Francia o Spagna, basta che se magna”. Tanti strumenti, addirittura tre chitarre, e un sassofono che impreziosisce non poco una performance dal grande valore sia umano che artistico. E' la magia del folk, una musica con pochi filtri tra gli strumenti dei musicisti e le orecchie del pubblico, e per questo uno degli ultimi veicoli di Emozioni con la E maiuscola. 

Toxick

Meno di un anno di vita ma esperienza da vendere. Questa, in sintesi, la contraddizione sulla quale fanno leva due ragazzi e due ragazze che sembrano nati per stare sul palco. Look aggressivo (forse fin troppo visto il genere non certo “estremo”),  presenza scenica fuori dal comune e provocazione sono gli ingredienti di un cocktail che sembra progettato per mandare il pubblico fuori di testa. Considerata la mole imponente di materiale collaterale di cui il gruppo dispone (un videoclip che non sfigurerebbe affatto in televisione e una quantità di foto pachidermica, il tutto visibile sul loro Myspace e su Facebook), in questi casi il rischio maggiore è che proprio la musica non sia all'altezza di un contorno così succulento, cosa che avviene di norma nel mondo della musica mainstream e che altrettanto di norma lascia un profondo senso di insoddisfazione e di disappunto. 

Fortunatamente non è questo il caso: pur trattandosi di un genere appetibile anche dal grande pubblico, per i Toxick la commerciabilità della musica non è sinonimo di banalità.  “Lontano”, per esempio, che pure potrebbe diventare un tormentone grazie all'estrema orecchiabilità della melodia, si attesta su un livello assai più elevato di quello delle attuali hit da classifica per originalità (non c'è quella spiacevole sensazione di “già sentito”) e caratura degli arrangiamenti. Anche se il baricentro rock è solido e inconfondibile, le divagazioni ci sono e sono parecchie: si va dal punk-rock di “Small things” al pop della già citata “Lontano”, arrivando pure al metal con “Sorry”.

Con queste premesse, l'esibizione non poteva che essere di alto livello: i quattro sanno come tenere il palco e come intrattenere il pubblico, e il pubblico apprezza ballando e non lesinando applausi. Verso la metà del concerto arriva “L'evidenza mi uccide”, senza dubbio il momento più alto dell'intera esecuzione grazie al carisma della cantante Toxic V e all riff di chitarra  preso in prestito da The Edge degli U2.. Quasi d'obbligo, a seguire, il tributo a Michael Jackson con una “Beat it” furibonda come non l'avete mai sentita (decisive la rabbia del batterista Alex e la spinta del chitarrista Lex, vero Eddie Van Halen del momento). Sul finale c'è spazio anche per la ballad “Dentro gli occhi miei” e -sorpresa!-  dal nulla spunta un'arpa celtica che la bassita Xiara suona con estrema disinvoltura, pur trattandosi di uno strumento piuttosto inconsueto vicino ad una chitarra elettrica e ad una batteria. 

Dopo essere stati “intoxickati”  per tre quarti d'ora abbondanti, l'impressione che ci siamo fatti è quella di un gruppo/macchina per i live a cui il palco del Contestaccio sta parecchio stretto. Manca ancora un disco, che ci auguriamo arrivi presto, ma siamo sicuri che  sentiremo parlare di loro su ben altri palcoscenici. Unico neo di un progetto vincente e determinato, il sound: se per una volta non possiamo dire che le canzoni siano tutte uguali, serve ancora un po' di esperienza per “compattare” così tanto talento e rendere lo stile unico, inconfondibile e immediatamente riconoscibile. 

Emiliano Pari

Terza e ultima band in programma il progetto “Emiliano Pari”, che prende il nome dal cantante, pianista e compositore come spesso accade nel mondo della musica di improvvisazione; difficile dire se in questo caso ci sia qualcosa di improvvisato, poiché ogni singola nota sembra essere cadenzata con una precisione millimetrica. Anche qui, come per i Capobanda, un disco all'attivo (“A new morning”, ascoltabile in parte su Myspace) e, anche se per ragioni profondamente diverse rispetto al primo gruppo, una musica piuttosto in controtendenza. Funk/soul: per i comuni mortali, una full immersion nel groove e nel mondo della musica che fa muovere il collo avanti e indietro e che libera la voglia di cantare a squarciagola. E' un genere (almeno qui in Italia) estremamente particolare e non certo per tutti, o lo si odia perchè troppo tecnico lo si ama profondamente perchè  lo si sente come innato.

Come era facile prevedere, i musicisti si dimostrano tecnicamente ineccepibili: in particolare, nel corso di tutta l'esibizione svetta su tutte l'accoppiata ritmica basso-batteria (Patrizio Sacco – Marco Monaco) che regala frammenti di slap a dir poco libidinosi per le orecchie e stacchi imprevisti chiamati all'ultimo secondo. La band (sicuramente la più preparata e tecnica dell'intero lotto) è compatta e non sbaglia un colpo, ma sembra risentire  del confronto con i gruppi precedenti per quanto riguarda la presenza scenica. In realtà gli osservatori più attenti hanno comunque avuto modo di divertirsi, poiché le espressioni che si scambiano i musicisti durante l'esecuzione rappresentano un vero e proprio spettacolo-nello-spettacolo, ma di certo il tipo di musica non si presta al ballo o al pogo come si aspetterebbe una folla che deve ancora smaltire i postumi del rock 'n' roll. 

Emiliano Pari merita sicuramente una nota di merito, sia per la sua capacità di sgusciare agilmente tra i tasti bianchi e neri sia per una voce insospettabilmente capace di raggiungere altezze incredibili senza assottigliarsi. Ed è proprio lui, assieme alla sua band, che ci culla dolcemente verso la fine di questa serata alla mezzanotte in punto. 

A letto alla solita ora, diversamente da quanto avevano provato a farci credere. Di fronte all'amore per la musica con tre gruppi che ci hanno fatto divertire, ognuno a modo suo, possiamo dire che ne è valsa davvero la pena. 

 

foto by: Gabriele Negri

 

 

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